Cosa è successo in Rwanda
 
Dall’inizio di aprile al luglio del 1994 circa un milione di cittadini rwandesi sono stati sterminati, centinaia di migliaia di donne sono state stuprate, centinaia di migliaia di bambini sono rimasti orfani. In soli cento giorni il paese delle mille colline, poco più grande di una regione italiana, è stato raso al suolo, le infrastrutture e migliaia case sono state distrutte, 2 milioni e mezzo di persone sono fuggite e hanno vissuto per anni nei campi profughi tra grandi sofferenze. Il massacro del Rwanda, rubricato tardivamente dalle Nazioni Unite come “genocidio dei tutsi e degli hutu moderati”, è il risultato dell’esasperazione di un’ideologia razzista che affonda le radici nel colonialismo, quando una popolazione che da secoli parlava la stessa lingua e condivideva la stessa cultura è stata spinta dai nuovi arrivati ad esasperare le proprie differenze etniche. Il genocidio, il terzo del Novecento dopo quello degli armeni e degli ebrei, è stato accuratamente pianificato nelle alte sfere del governo, è stato guidato dai miliziani interhamwe, ha visto la partecipazione della gente comune, amici, vicini di casa, perfino membri della Chiesa cattolica, e, per la prima volta nella storia, è stato seguito in diretta dall’opinione pubblica mondiale. Gravissime le responsabilità della comunità internazionale (le Nazioni Unite, la Francia, anche l’Italia), rimasta a guardare pur sapendo quanto stava accadendo, dei media locali (il giornale Kangura e la Radio delle Mille Colline, vere e proprie casse di risonanza dell’odio) e occidentali, che hanno raccontato tardivamente il massacro dipingendolo come un semplice conflitto tribale. Progetto Rwanda è intervenuto quando si sono spenti riflettori e il paese si è ritrovato nuovamente solo davanti ad una tragedia che prosegue silenziosamente fino ad oggi. A distanza di quindici anni, decine di migliaia di vedove continuano a soffrire i traumi della guerra e a lottare per risolvere gli immensi problemi della ricostruzione; centinaia di migliaia di orfani sono costretti ad abbandonare la scuola, a prendere in mano le redini della famiglia e a sopravvivere di espedienti; decine di migliaia di famiglie cercano di ricostruirsi una vita. Progetto Rwanda è ancora con loro, per non dimenticare, per fornire un aiuto concreto.
 
Glossario
 
A
 
AFRICA ORIENTALE TEDESCA torna su
Colonia tedesca nell’Africa orientale, comprendeva il Rwanda e gli attuali stati di Burundi e Tanzania con l’eccezione di Zanzibar, per un’estensione totale di quasi un milione di chilometri quadrati. Fu “inventata” nel 1885 durante il Congresso di Berlino, all’apice dello scramble for africa, quando nessun bianco aveva ancora mai messo piede in Rwanda. Il primo a visitare il paese e ad essere ricevuto alla corte del mwamifu un conte tedesco nel 1894; la Germania vi stabilì i propri uffici amministrativi e avviò una politica di dominazione indiretta nel 1897. Con la sconfitta del Reich nella Prima Guerra Mondiale, la colonia cessò di esistere e la Lega delle Nazioni affidò il Rwanda al Belgio.
 
AKAZU torna su
Letteralmente “piccola casa”. E’ il nome del clan a cui apparteneva la moglie del presidente Habyarimana, Agathe Kanziga, la ristretta e temuta cerchia di potere che governava il Rwanda prima del genocidio. “L’akazu era il cuore di quella trama concentrica di potentati politici, economici e militari che prese il nome di hutu power”. Gurevitch.
 
ALLEVAMENTO torna su
I bovini erano una presenza importante nelle regione dei Grandi Laghi già intorno al 1000 d.C. “L’allevamento era considerato un’attività nobile. Gli allevatori divennero un’aristocrazia che esprimeva con grande enfasi il proprio attaccamento alla vita pastorale e non solo misurava la ricchezza in base alla dimensione delle mandrie, ma accordava grande valore perfino alle qualità estetiche degli animali posseduti. In breve, i bovini divennero oggetto di una vera e propria venerazione… Le pratiche specializzate di allevamento e il prestigio legato al possesso del bestiame dipendevano dalla presenza di una numerosa popolazione di agricoltori: la pastorizia come attività esclusiva, poteva essere svolta solo da una minoranza che avesse accesso ai servizi e ai prodotti di una maggioranza non pastorale”. Reader
 
AVEGA torna su
Associazione delle Vedove di aprile, nata in modo occasionale subito dopo il genocidio, con una serie di riunioni spontanee organizzate sotto un albero. Fornisce assistenza materiale e psicologica alle vedove sopravvissute.
 
B
 
BAGUFI torna su
“Bahutu e batutsi (dove il prefisso ba indica il plurale) formano un popolo di circa 40 milioni di persone, genericamente chiamati anche bagufi, disseminati tra la RdC, l’Uganda, il Rwanda, il Burundi, la Tanzania e il Kenya. Un popolo che vive sulle colline, alle pendici dei vulcani e nelle valli ai bordi dei laghi Kivu e nelle valli ai bordi dei laghi Kivu e Tanganica e parla la stessa lingua denominata kinyarwanda in Rwanda e kirundi in Burundi e nel sud Kivu. Le cose si complicano ulteriormente quando alcuni bagufi si differenziano dagli altri prendendo il nome delle colline o delle valli che occupano. E’ così che i banyamulenge congolesi si chiamano in questo modo perché originari dei monti Mulenge nel sud Kivu. I bagufi del Rwanda si chiamano invece Banyarwanda e quelli del Burundi barundi.” Touadi.
 
BANTU torna su
Questo termine, che letteralmente significa ‘gli uomini’ (singolare, mu-ntu) in molte delle lingue dell’Africa sub-sahariana, è oggi genericamente utilizzato per denominare un vasto gruppo di popolazioni africane che occupano una grande pozione del continente (dal Camerun al Kenya e alla Tanzania, fino al Sudafrica). Il termine venne utilizzato per la prima volta in questo senso in ambito linguistico: esso infatti venne introdotto intorno al 1850 dal linguista tedesco W.Bleek, per designare un ampio insieme di lingue africane che presentano sotto molti aspetti notevoli affinità”. U. Fabietti e F. Remoti.
 
BOVINI torna su
“Duemila anni di tecniche di allevamento sempre più raffinate ed evolute sono rimaste impresse nelle lingue della regione, a cominciare dallo sviluppo di termini specifici per determinate genealogie di bovini fino al ricco lessico che descrive la forma delle corna e il colore del manto dei singoli animali. Sette sono i termini che si riferiscono alla forma delle corna e ‘non meno’ di diciassette quelli coniati per descrivere il colore del mantello tra l’800 e il 1450 nella regione che comprende il Rwanda, il nord del Burundi, il nordovest della Tanzania e il sudovest dell’Uganda. Tante innovazioni linguistiche in un’area così vasta dimostrano una stupefacente esplosione di interesse per le attività pastorali”. Reader.
 
C
 
CAMITA (MITO) torna su
La tesi (o mito) camita è stata avanzata dall’esploratore inglese John Hanning Speke, celebre per aver scoperto il lago Vittoria e avere identificato le sorgenti del Nilo. “Durante la sua permanenza nella regione dei laghi Speke effettuò dettagliate osservazioni sui popoli incontrati. Combinando i pregiudizi acquisiti durante la sua formazione di ufficiale dell’esercito britannico in India con notizie fornite dai rappresentanti degli interesse delle elite dominanti, Speke si convinse che la minoranza privilegiata provenisse dall’Etiopia… Una simile visione della storia africana compendia la convinzione allora prevalente che qualunque aspetto positivo si ravvisasse nell’Africa nera doveva esservi stato introdotto da uomini venuti da fuori, di pelle più chiara (è implicito) e di intelligenza superiore. Il mito camita ha una lunga storia e l’idea di un’origine separata delle elite pastorali e della loro superiorità sugli agricoltori della regione dei laghi persiste ancora oggi. La convinzione fu alimentata dai regimi coloniali, e dall’indipendenza in poi gli stessi gruppi dominanti non hanno perso occasione per ribadirla. Eppure non c’è nessuna prova storica che la confermi: anzi, le analisi linguistiche la contraddicono nettamente. Non ci sono tracce di un substrato cuscitico legato al galla o ad altre lingue etiopi nelle lingue parlate sul posto; inoltre, l’area presenta un notevole grado di omogeneità linguistica… In Rwanda e nel Burundi, per esempio, i pastori tutsi e i coltivatori hutu parlano il bantu; entrambi i gruppi discendono da coltivatori che cominciarono a sfruttare la regione tra 2000 e 1500 anni fa”. Reader
 
CARTA DI IDENTITA’ ETNICA torna su
Fu introdotta alla metà degli anni Trenta dall’amministrazione coloniale belga. I nuovi documenti etichettavano i ruandesi come hutu, tutsi o twa, certificando per la prima volta nella storia del Rwanda l’esistenza di identità etniche rigidamente distinte, laddove quei termini avevano indicato piuttosto delle appartenenze sociali fluide, che rendevano possibile il passaggio da una categoria all’altra (acquistando il bestiame gli hutu potevano ad esempio diventare tutsi). Quando furono introdotte, “favorirono ulteriormente un sistema amministrativo di apertheid fondato sul mito della superiorità tutsi” (Gurevitch). Durante il genocidio del 1994 sono state utilizzate dai persecutori per individuare e eliminare le vittime.
 
COALIZIONE PER LA DIFESA DELLA REPUBBLICA – CDR torna su
Partito fondato dal presidente Habyarimana nel 1991 in risposta alle richieste di multipartitismo della comunità internazionale. Alleato del Movimento repubblicano nazionale per la democrazia e lo sviluppo - MRND - aveva coniato lo slogan "Mube maso" ("attento!") per istigare gli hutu contro il nemico interno e radicalizzato fino al parossismo la propaganda anti-tutsi. Nel 1992 la CDR crea la milizia degli Impuzamugambi.
 
COLLINE torna su
Catene montuose alte fino a tremila metri dal profilo dolce e sinuoso, segno distintivo del paesaggio del Rwanda, altresì ribattezzato ‘il paese delle mille colline’. “Al mattino presto è uno spettacolo meraviglioso: mi sono spesso alzato all’alba solo per contemplare quel paesaggio unico al mondo. Davanti a noi si stendono all’infinito montagne alte ma dalle linee morbide, color smeraldo, viola, verdi, incorniciate dal sole. Un paesaggio senza niente di minaccioso, senza le pareti scure, gli scoscendimenti, i dirupi delle vette rocciose. Le montagne del Rwanda irradiano calore e benevolenza, attirano con la bellezza e il silenzio, con l’aria ferma e cristallina, con la pace e la perfezione di linee e di forme”. Kapuscinski
 
COLONIALISMO torna su
Assegnato alla Germania durante il Congresso di Berlino (1885), prima ancora di essere esplorato, e parte integrante dell’Africa Orientale Tedesca a partire dal 1897, al termine della Prima Guerra Mondiale il Rwanda fu affidato al Belgio dalla Società delle Nazioni. “I belgi si mantennero fedeli al mito camitico e, amministrando il Rwanda attraverso una specie di società d’affari con la Santa Romana Chiesa, si adoperarono a ridisegnare la società rwandese secondo supposti criteri etnici. Monsignor Leon Classe, il primo vescovo del Rwanda, fu partigiano dell’assoggettamento degli hutu e del rafforzamento della ‘tradizionale egemonia dei tutsi bennati che monopolizzavano gli incarichi amministrativi e politici…”. (Gurevitch). Negli anni Cinquanta, tuttavia, i tutsi esercitano un ruolo di primo piano nella lotta per l’indipendenza. “A questo punto Bruxelles cambia tattica: abbandona i tutsi e comincia ad appoggiare i più sottomessi e concilianti hutu. Li aizza contro i tutsi. Questa politica non tarda a dare i suoi frutti: motivati, fattisi arditi, gli hutu muovono guerra. Nel 1959 scoppia una rivolta contadina… torme di hutu marciano contro i loro signori e padroni tutsi. Comincia una carneficina quale in Africa non si vedeva da tempo… Il potere passò ai contadini hutu. Quando, nel 1962, il Rwanda ottenne l’indipendenza, furono gli uomini di questa casta a formare il governo”. Kapuscinski
 
CHIESA torna su
“La presenza cattolica nel paese è rilevante e ha coinciso, come in tutti gli altri paesi dell’Africa, con la penetrazione coloniale… Proprio per questo non sono mancate le voci che hanno stigmatizzato, anche con veemenza, le responsabilità indirette e dirette di alcuni esponenti della Chiesa nel genocidio… Nei massacri perpetrati dai miliziani hutu, la Chiesa ha visto morire circa un terzo del suo clero, un terzo è rimasto in funzione e gli altri sono fuggiti all’estero. Sono noti i casi di singole comunità o singoli sacerdoti che hanno offerto rifugio ai fuggitivi… E tuttavia sono numerosi i casi di sacerdoti o religiosi accusati di essere autori di eccidi o quantomeno responsabili di incitamento al massacro. Nel Rwanda del dopoguerra, le chiese che sono state teatro di massacri sono inutilizzate e vengono adibite a luogo della memoria. Oggi la Chiesa è ancora tramortita e stenta a riprendersi”. Touadi
 
CLAN torna su
“Occorre ricordare che i criteri classici di definizione delle etnie (delimitazione territoriali, unitarietà linguistica e culturale, autonomia socio-politica) non sono applicabili né al Rwanda né al Burundi. Nei rapporti sociali, il più forte indicatore di identità, e anche il più diffuso, era il collegamento a un clan. Tutti i ruandesi - hutu, tutsi o twa – erano ripartiti senza alcuna differenziazione etnica in una quindicina di clan, che autorizzavano o scioglievano i matrimoni, suggerivano o rompevano le alleanze, individuavano momenti rituali di festa…” Kagabo
 
D
 
DALLAIRE ROMEO torna su
Nato in Olanda ma cittadino canadese, Dellaire ha già partecipato a missioni di peacekeeping nella ex Jugosalvia e in Cambogia quando gli propongono di andare in Rwanda. A quel tempo ha 47 anni, poca esperienza nelle Nazioni Unite e in generale in Africa. Poco prima del genocidio si stabilisce in Rwanda per coordinare la UNAMIR, ma ben presto capisce che le forze sono esigue per contrastare ciò che si sta preparando nel paese. Dallaire si ritrova a chiedere in continuazione più mezzi per impedire il massacro e smantellare la distribuzione delle armi, ma senza successo. Durante il genocidio il contingente viene ridotto all’osso e utilizzato per l’evacuazione del personale internazionale. Resta in Rwanda fino al 19 agosto 1994. Torna in Canada per continuare la sua carriera nelle forze armate, psicologicamente distrutto dal fallimento della missione. Scrive il libro Shake Hands with the Devil: The Failure of Humanity in Rwanda. Scaglione
 
DIECI COMANDAMENTI BAHUTU torna su
Nel dicembre 1990, il giornale estremista Kangura pubblica i “Dieci comandamenti della coscienza dei bahutu”, autentico snaturamento del testo biblico: 1.Ogni hutu che sposi una donna tutsi, o che l’abbia come concubina o come segretaria o protetta è un traditore 2.Le figlie hutu sono più degne e più coscienziose nel loro ruolo di donne, di spose e di madri di famiglia 3.Donne hutu, siate vigili e riconducete alla ragione i vostri mariti, i vostri fratelli e i vostri figli. 4.Ogni hutu deve sapere che ogni tutsi è disonesto negli affari. 5.Gli incarichi strategici, politici, amministrativi, economici, militari e relativi alla sicurezza devono essere affidati agli hutu. 6.Il settore dell’istruzione deve essere in prevalenza hutu 7.Le Forze armate rwandesi devono essere esclusivamente hutu. 8.Gli hutu devono smetterla di avere pietà dei tutsi. 9.Gli hutu devono essere uniti, solidali e preoccupati della sorte dei loro fratelli hutu. L’ideologia hutu deve essere insegnata a ogni livello e ad ogni hutu
 
DIRITTI UMANI torna su
Dare un significato univoco alla locuzione ‘diritti umani’ in Rwanda è impresa particolarmente ardua e controversa: qui più che altrove la pretesa universalistica dei principi di uguaglianza e di rispetto degli esseri umani si scontra con la storia contingente del paese. Il concetto appare estraneo al regime feudale pre-coloniale, alla dominazione coloniale che rafforzò privilegi e disuguaglianze a favore della minoranza della popolazione, e alla storia post-coloniale, contrassegnata dalla feroce repressione dei diritti della minoranza, fino all’affermazione di un’ideologia genocidaria basata sulla disumanizzazione e sull’eliminazione sistematica delle vittime. Oggi, a distanza di quindici anni, il paese sembra incamminato sulla strada della riconciliazione e della riaffermazione dei diritti, ma la strada da compiere è ancora lunga: la paura, il sospetto, la voglia di giustizia, il peso di una memoria drammaticamente lacerata, non possono non condizionare la vita politica e sociale. In questo quadro, grandi organizzazioni internazionali come Amnesty international e Human Rights Watch denunciano alcune restrizioni delle libertà di espressione e dello spazio di azione delle organizzazioni di difesa dei diritti umani.
 
DONNE torna su
Le donne sono la maggioranza della popolazione ed esercitano un ruolo vitale nella ricostruzione fisica e morale del paese, nonché nel processo di riconciliazione nazionale. Vittime della disuguaglianza di genere a causa della struttura patriarcale su cui poggia l’assetto sociale e comunitario, che continua a favorire gli uomini in termini di accesso e controllo delle risorse, le donne rwandesi hanno una speranza di vita inferiore agli uomini, sono meno istruite, hanno più probabilità di contrarre l’AIDS e sono la forza lavoro meno retribuita, malgrado il 30% delle famiglie rwandesi abbiano a capo una donna. Tuttavia, in seguito al genocidio, nel paese sono nate molte associazioni e reti di sostegno alle donne. Queste ultime offrono un contributo determinante allo svolgimento dei gacaca. Nelle elezioni legislative del settembre 2008 le donne hanno conquistato la maggioranza dei seggi parlamentari, 44 su 80, primo caso nel mondo.
 
E
 
ETA’ MEDIA torna su
Il Rwanda non è un paese per vecchi: l’età media della popolazione non raggiunge i 18 anni, la speranza di vita si attesta intorno ai 51 anni. “Nella mia famiglia - dice un ragazzo sopravvissuto - non c’è un uomo che superi i 40 anni”. La maggioranza dei nonni sono stati portati via dal genocidio. In compenso la mortalità infantile è molto alta: 97 bambini ogni mille nati. (2010)
 
ETNIA torna su
“Dal greco ethnos, questo termine fa riferimento ai raggruppamenti umani distinti sulla base delle loro caratteristiche geografiche, linguistiche e culturali. I tratti distintivi di questo concetto rivelano il suo legame con una prospettiva che ha fondato la rappresentazione dell’umanità sull’idea della discontinuità culturale, sostituendola a quella della discontinuità razziale, proponendo di volta in volta un’immagine di genti, tribù ed etnie cristalizzate nella loro diversità. I processi di rivendicazione nazionalistica da parte delle etnie (le quali spesso prendono in prestito il linguaggio degli antropologi) hanno messo in luce da un lato come l’etnicità sia uno strumento positivo di identificazione e dall’altro il ruolo che gli antropologi hanno ricoperto e ricoprono nella creazione di identità e tradizioni locali”. Fabietti e Remoti.
 
ETNICIZZAZIONE torna su
“Isolare e ‘ritagliare’ tribù ed etnie è stata un’operazione metodologica utile per raccogliere i dati sul campo e per l’analisi comparativa del materiale etnografico. Il termine ‘etnicizzazione’ che propongono Amselle e Mbokolo intende sottolineare come le etnie siano molto spesso l’invenzione comune di amministratori coloniali ed etnologi, il risultato di un processo di dominazione politica, economica e ideologica dell’Occidente sul resto del mondo”. Fabietti e Remoti.
 
F
 
FPR - Fronte Patriottico Rwandese torna su
“All’indomani dei massacri del 1959-61, e in seguito a quelli del 1963 e 1966, parecchie centinaia di migliaia di tutsi fuggono dal loro paese, per andare in esilio principalmente in Uganda, Burundi, Tanzania e Zaire (primi rifugiati dell’Africa nera indipendente). Con il passare del tempo e le crescenti difficoltà di integrazioni nei paesi della regione, nei rifugiati di seconda generazione (figli degli esuli del 1959) cresce la rivendicazione del diritto al ritorno, se necessario per mezzo della forza armata. In questo contesto nel 1987 nasce il Fronte Patriottico Rwandese (Fpr) che si lancia all’attacco del Rwanda il 1° ottobre 1990, cercando di approfittare in quel momento della situazione di debolezza del potere di Kigali. Diretto inizialmente da Fred Rwigema, che muore nel 1990, il Fpr è guidato in seguito da Paul Kagame”. Semelin
 
FRANCIA torna su
I rapporti tra Parigi e Kigali si intensificano a partire dal 1973 con l’insediamento di Habyarimana,. Nel 1975 un accordo di cooperazione militare impegna la Francia a fornire addestramento e assistenza alle forze armate rwandesi. L’amicizia prosegue e si rinsalda durante la presidenza Mitterand. Le forze militari francesi aiutano Habyarimana a respingere il FPR oltre confine in più di una occasione, per questo il presidente francese Mitterand, che continua ad inviare armi e assistenza militare in Rwanda anche dopo gli accordi di Arusha, viene ribattezzato Mitterahamwe. Suo figlio, Jean Christophe, commerciante di armi ed ex commissario per gli affari africani al ministero degli esteri francesi, fa affari con Kigali. Durante il genocidio, la Francia decide di inviare le proprie truppe in Rwanda per aiutare il paese ad uscire dall’ “impasse”. Il Consiglio di sicurezza autorizza una missione di carattere strettamente umanitario, imparziale, neutrale e di durata non superiore ai 60 giorni, ma gli estremisti dell’Hutu Power manifestano soddisfazione per l’arrivo dei francesi. L’ambiguità dell’Operation turquoise permette a molti genocidari di utilizzare i corridoi umanitari per fuggire dal Rwanda mentre il FPR sta conquistando il paese. Il parlamento francese sotto la pressione dei mezzi di informazione istituirà una commissione d’inchiesta sul suo ruolo nel genocidio, ma non riconoscerà alcuna colpevolezza.
 
FUGA DEI BIANCHI torna su
Nei giorni immediatamente successivi l’inizio del genocidio i bianchi di stanza in Rwanda abbandonarono in massa il paese grazie ad un ponte aereo organizzato all’aeroporto di Kanombé, o a convogli di automezzi diretti verso i paesi limitrofi. “Nessuno dei protagonisti di quell’esodo è stato in grado di fornire una spiegazione convincente della propria fuga irragionevole e precipitosa durante le prime ore della carneficina. In ogni caso, né il pericolo né il panico bastano a giustificare una simile fretta. La riflessione più acuta che abbia sentito fare sino ad oggi, e sulla quale dovrebbero meditare tutti coloro che di fronte a ogni nuova tragedia umana non cessano di interrogarsi sull’utilità dell’informazione e sul valore della testimonianza – è quella di Plaudine Kayitesi, una contadina sopravvissuta della collina di N’tarama: ‘I bianchi non vogliono vedere ciò che non possono credere, e loro non potevano credere all’evidenza di un genocidio, perché si tratta di una carneficina che sfugge alla comune comprensione, alla loro come a quella di tutti gli altri’. E difatti se ne andarono”. Hatzfeld
 
G
 
GACACA torna su
Il 26 gennaio del 2001 vengono ripristinati i tribunali tradizionali gacaca (che prendono il nome dall’erba sulla quale sedevano i vecchi saggi per risolvere i conflitti contadini) per sopperire alla lentezza del TPIR, fornire un’occasione pubblica di riflessione e discussione sul genocidio, e avviare processi di riconciliazione. I gacaca sono composti da un collegio di nove saggi chiamati gli Integri – Inyangamugayo – e si riuniscono davanti alla popolazione che può intervenire facendo domande all’accusato. A ottobre 2008, erano circa 10.000 i processi pendenti presso tribunali gacaca, riguardanti la categoria uno, ovvero gli organizzatori, gli istigatori e i supervisori del genocidio. Di questi, almeno 6.000 erano casi di stupro deferiti a categoria uno nel maggio 2008. “I gacaca sono una forma originale di giustizia che tiene conto della necessaria ricerca di coesione sociale alla base di ogni convivenza pacifica nelle società africane” (Touadi). Nonostante ciò non sono mancate negli ultimi anni anche le critiche da parte di alcune organizzazioni internazionali: per Amnesty International i gacaca “non rispettano gli standard di equità processuale”.
 
GENOCIDIO torna su
Il termine appare per la prima volta nel 1943 in un’opera del giurista Raphael Lemkin: “Nuovi concetti necessitano di nuovi termini. Con ‘genocidio’ si intende la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico. Questa nuova parola, coniata per denotare un’antica pratica nel suo sviluppo moderno, è creata dalla parola gènos del greco antico (razza) e dal latino cidere (uccidere)… Parlando in generale genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione, se non quando essa è accompagnata dallo sterminio di tutti i membri di una nazione. Vuole significare piuttosto un piano coordinato di azioni differenti che puntano alla distruzione delle fondamenta essenziali della vita dei gruppi nazionali, con l’obiettivo di sterminare gli stessi gruppi”. Sulla base della formulazione di Lemkin e del rinvio a giudizio e processo di Norimberga, nel dicembre 1946 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione (n°96) che condannava il genocidio come un “rifiuto al diritto di esistenza di un intero gruppo umano che sconvolge la coscienza dell’umanità”. L’approvazione della Convenzione sulla prevenzione e la condanna del crimine di genocidio ebbe luogo il 9 dicembre 1948, il giorno prima dell’adozione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. (Dizionario “Diritti Umani”, voce Genocidio). In Kinyarwanda, il termine “itsembabwoko”, stermino, è un neologismo creato dopo il 1994 e indica un concetto sconosciuto fino ad allora.
 
H
 
HABYARIMANA torna su
Generale dell’esercito rwandese, nel 1973 con un colpo di stato destituisce il primo presidente del Rwanda indipendente, Gregoire Kayjbanda, che viene lasciato morire di fame in prigione. “Il colpo di stato mise in luce profondi attriti e conflitti che dividevano la società hutu. Lo sconfitto rappresentava il clan hutu del centro del paese, considerato moderatamente liberale. Il nuovo capo proveniva invece dal clan residente nella parte nordoccidentale del Rwanda e rappresentava l’ala radicale e sciovinista degli hutu… Da questo momento Habyarimana governerà per ventun anni, vale dire fino alla sua morte, avvenuta nel 1994 in un incidente aereo che segnerà l’inizio del genocidio. Forte, energico, di costituzione massiccia, pone ogni cura nella creazione di una dittatura di ferro. Introduce il sistema monopartitico… Il generale corregge anche lo schema vigente fino a quel momento e troppo semplicistico della contrapposizione ‘hutu’ contro ‘tutsi’. Lo arricchisce di una nuova dimensione, di un’ulteriore divisione tra potere e opposizione. Se si è un tutsi leale, si può anche diventare capo villaggio e sindaco (ma non ministro); chi invece critica il governo finisce in galera o sul patibolo, fosse anche un hutu purosangue”. Ryszard Kapuscinski
 
HUTU/TUTSI torna su
“Le ipotesi sul popolamento dell’area interlacustre dell’Africa centro-orientale affermano che agli abitanti originari, i Twa, si sarebbero sovrapposti, in successive ondate migratorie, dapprima gli agricoltori Hutu e, in tempi più recenti, la minoranza degli allevatori Tutsi. La formazione dei Regni interlacustri del Rwanda e del Burundi creò poi una complessa gerarchia che regolava l’integrazione socio-economica di queste etnie, anche grazie ad un’elaborata politica e rituale. Con la fine delle monarchie tradizionali e l’indipendenza, questa impalcatura è improvvisamente venuta a mancare, lasciando il campo alle forze centrifughe tendenti alla separazione etnica piuttosto che all’integrazione. Si è creata così una situazione sociale estremamente complessa che si è trasformata in un drammatico conflitto”. Ugo Fabietti e Francesco Remoti.
 
HUTU POWER torna su
Rappresenta l’ideologia di “rivincita” degli hutu a danno dei tutsi promossa dal clan Akazu e dagli estremisti hutu. Promulgata dalle emittenti radiofoniche e dalle testate giornalistiche vicine al governo di Habyarimana ha contribuito a seminare l’odio e a preparare il genocidio. Con la fine del genocidio esponenti importanti dell’Hutu power sono stati arrestati e processati ad Arusha, molti altri invece sono sfuggiti alla giustizia.
 
I
 
IBUKA (SOPRAVVISSUTI) torna su
Si stima che circa l’80% di bambini e adolescenti sopravvissuti al genocidio abbia perso almeno un membro della famiglia, il 40% sia orfano, il 95% abbia assistito a scene di violenza, il 30% sia stato testimone di stupri, l’80% si sia dovuto nascondere per uno o due mesi. “Gli adolescenti sopravvissuti al genocidio in genere ottengono i voti peggiori negli studi. Spesso non hanno più un adulto a cui fare riferimento e sono costretti a prendere in mano le redini della famiglia. Abbandonati a sé stessi, vivono in un vuoto materiale e affettivo. Molto spesso sono chiusi, non parlano” (Mujawayo). La condizione del sopravvissuto, adolescente o adulto, è di per sé drammatica: al trauma causato da ciò a cui si è assistito, si aggiunge il disagio di dover continuare a vivere a fianco dei carnefici delle loro famiglie, e il senso di colpa per essere sopravvissuti ai propri cari. “Il momento del poi, in un genocidio di per sé non ha mai fine. Anzi è concepito proprio in questo modo: per annientare, ma anche per far sì che chi è riuscito a sopravvivere non si risollevi più”. “Il successo di un genocidio: farti sentire in colpa perché sei in vita; farti sentire in colpa perché continui a vivere”. “Il genocidio è come un cancro, vive dentro di te”. (Mujawayo)
 
IMANA (DIO) torna su
Il nome della divinità nazionale rwandese. Secondo il padre missionario Pages i ruandesi “prima della penetrazione europea erano persuasi che il loro paese fosse il centro del mondo, che fosse il regno più grande, più potente, più civilizzato della terra. I rwandesi credevano che Dio nel corso del giorno visitasse anche altri paesi, ma che ogni notte tornasse a riposare in Rwanda”. Gurevitch
 
IMPUZAMUGAMBI torna su
Letteralmente coloro che hanno lo stesso obiettivo: milizia hutu formatasi a partire dal 1992 nelle frange giovanili della CDR. Durante il genocidio si uniscono o “lavorano” a stretto contatto con gli Interahamwe, milizia espressione del MRND. Rispetto a quest’ultimi, gli Impuzamugambi erano meno numerosi e meno organizzati, tuttavia diverse ricostruzioni indicano grosse responsabilità dei loro capi in molti eccidi. Differivano dai loro “colleghi” unicamente per la foggia delle loro divise. Dopo il periodo più intenso del massacro, gran parte dei miliziani e dei loro leader riescono a fuggire oltre i confini orientali della Repubblica Democratica del Congo. Semelin
 
INYENZI (SCARAFAGGI) torna su
“La ‘riduzione alla condizione bestiale’ del nemico è un indice molto importante della possibilità che la violenza si scateni contro di lui. Si comincia a ucciderlo con parole che svalutano la sua umanità. A partire dal medioevo la parola ‘massacro’ significa d’altronde la messa a morte di animali e la testa di cinghiale, trofeo esposto nel salone del castello, ha per nome ‘massacro’. Pertanto uccidere bestie presunte umane diviene assolutamente possibile. Inoltre le metafore sono quelle di animali percepiti come dannosi… I nazisti parlano degli ebrei come di volgari ratti (rauss) o pulci, mentre gli hutu estremisti trattano gli invasori tutsi come sarafaggi o blatte (inyenzi). Ora, non si ha forse tutto il diritto di sbarazzarsi di animali nocivi? E’ un gesto domestico di semplice igiene. Di li anche le metafore del repulisti associate alla pulizia e alla salute. E gli insetti suscitano speso una certa repulsione: si ha voglia di schiacciarli”. Sémelin
 
INTERAHAMWE torna su
Dalle file del MRND nasce nel 1992 la milizia degli interahamwe (che letteralmente significa “coloro che stanno insieme”o “che sono pronti all’azione”) con lo scopo di armare i civili contro il FPR e i tutsi che lo sostengono. Composta principalmente da giovani disoccupati, inizialmente non supera le duemila unità, ma dall’aprile del 1994 arriva a contare 20 000-30 000 persone (Sémelin). Gli interahamwe sono finanziati dallo Stato e prima del genocidio organizzavano meeting ed eventi culturali con lo scopo di diffondere in tutto il paese un clima di terrore. Durante il genocidio il governo ad interim li mette a disposizione dei militari per svolgere i massacri e gli eccidi più cruenti, rafforzare i posti di blocco e controllare tutte le vie di fuga. Con l’avanzata del FPR che mette fine al genocidio, gli interahamwe si rifugiano in Congo da dove hanno continuato a minacciare la sicurezza del nuovo regime ruandese. (Touadi)
 
ISTRUZIONE torna su
Uno studente su due non completa le scuole elementari ed appena uno studente su sei si iscrive alle scuole secondarie. “Gli adolescenti sopravvissuti al genocidio in genere ottengono i voti peggiori negli studi. Spesso non hanno più un adulto a cui fare riferimento e sono costretti a prendere in mano le redini della famiglia. Abbandonati a sé stessi, vivono in un vuoto materiale e affettivo. Molto spesso sono chiusi, non parlano”. Mujawayo
 
ITALIA torna su
Mentre i massacri si intensificano e il governo rwandese prepara la soluzione finale, la politica nazionale italiana sta vivendo un importante cambiamento. Il 28 marzo Silvio Berlusconi vince le elezioni e il 10 maggio forma il nuovo governo. L’interesse per quanto accade in Rwanda non va dunque oltre il Ministero degli esteri e il Ministero della difesa che prepara l’operazione Ippocampo Rwanda: un contingente della difesa italiana viene mandato nel paese per far evacuare i nostri connazionali. Alla fine di giugno il capo del governo italiano manifesta l’intenzione di partecipare all’Operation Turquoise, proposta che viene successivamente lasciata cadere. Il Ministero della difesa ha comunque organizzato in collaborazione con la Croce Rossa italiana la missione Embedde, volta a portare nel nostro paese qualche centinaio di bambini. E’ un’operazione che contrasta con le raccomandazioni dell’UNICEF per cui i bambini in pericolo non devono essere spostati troppo lontano dalla loro cultura di appartenenza. Scaglione
 
K
 
KAGAME PAUL torna su
Nato nel ’57 a Gitarama, nel Rwanda occidentale, a quattro anni è costretto con la famiglia a rifugiarsi in Uganda dove nel ’79 si unisce all’esercito di Museveni divenendo responsabile dei servizi segreti. Nel 1987 insieme a Fred Rwigyma crea il Fronte patriottico ruandese (FPR). Nel 1994 dopo aver conquistato Kigali diventa vice-presidente del Rwanda e nel 2000 assume la carica di presidente che ancora detiene. La presidenza di Kagame, come del resto la sua figura politica, è controversa. Per i negazionisti e i teorici del doppio genocidio (come ad esempio l’ex ambasciatore rwandese in Francia nel 1994), Kagame avrebbe scientemente sacrificato i tutsi per conquistare il governo; altri criticano la sua mancanza di coraggio nell'aprirsi alle istanze hutu moderate che potrebbero favorire riconciliazione e condivisione del potere; i più plaudono ai suoi sforzi per rilanciare il paese e per costruire una nuova identità rwandese non più fondata sull’appartenenza etnica. Nel 2009 Kagame è entrato nella prestigiosa lista delle cento persone più importanti del mondo, stilata dal settimanale Time, per aver posto fine del genocidio e per il suo contributo al rilancio della regione. Nel 2010 è stato ri-eletto presidente del Rwanda.
 
KANGURA (SVEGLIALO) torna su
Rivista bimestrale e bilingue (Kinyarwanda e Francese) fondata nel maggio 1990 da Hassan Ngeze, tristemente celebre per la pubblicazione dei Dieci comandamenti hutu e per il contributo fornito all’affermazione dell’ideologia genocidaria. Indirizzata principalmente ai giovani e ai disoccupati, diffusa nei contesti più poveri, non manca mai di dare la colpa ai tutsi, rappresentati come “ladri di privilegi”. La strategia comunicativa è quella di esaltare la rivoluzione del 1959 e i principi ispiratori della “legittima autodeterminazione degli hutu”, incurante del tempo trascorso e del cambiamento politico e sociale avvenuto. Dal 1992 diviene portavoce e veicolo di propaganda del CDR; contesta duramente il presidente Habyarimana per la firma degli Accordi di Arusha. Smette di pubblicare il 6 aprile 1994 con l’inizio del genocidio. Arrestato nel 1997, Ngeze è stato condannato all’ergastolo dal TPIR. Thompson
 
L
 
LAVORO torna su
La forza lavoro rwandese è storicamente impiegata per lo più nel settore agricolo e dell’allevamento. Prima del genocidio, sacche di povertà derivanti anche dal fallimento degli aggiustamenti strutturali avevano esacerbato le condizioni di vita di molti rwandesi e allargato le fila dei disoccupati tra la popolazione giovanile, dove poi ha fatto presa la propaganda anti-tutsi del governo. Durante il genocidio, periodo in cui nessuno più lavora le terre e alleva gli animali, in cui si sospendono i servizi pubblici e il commercio, il termine lavoro assume il significato di “andare ad uccidere i tutsi”. Dopo il genocidio la forza lavoro rwandese torna ai campi e agli animali. Il settore agricolo e dell’allevamento diventano oggetto dei piani governativi di sviluppo finanziati con gli aiuti esteri, con l’obiettivo di aumentare la produttività, l'estensione della superficie coltivabile, l'intensificazione dei rapporti commerciali.
 
LINGUA torna su
Per secoli i nativi del Rwanda hanno parlato la stessa lingua, il kinyarwanda. “Senza dubbio i rwandesi ritenevano che Dio si esprimesse in kinyarwanda, dato che nella condizione di isolamento precoloniale pochi sapevano dell’esistenza di altre lingue. Anche oggi che i governanti e molti cittadini del Rwanda sono poliglotti, il kinyarwanda rimane la lingua parlata da tutti i rwandesi ed è, dopo lo swahili, la seconda lingua più parlata in Africa”. Fino al 1994, il kinyarwanda era la lingua ufficiale del paese insieme al francese, l’idioma dei colonizzatori belgi; dopo il genocidio, il francese è stato soppiantato dall’inglese parlato nel vicino Uganda, da dove proveniva il grosso delle truppe del FPR e oggi alleato strategico del governo. Gurevitch
 
M
 
MEDIA E GENOCIDIO torna su
“All’inizio degli anni Novanta sono circa una dozzina le riviste che propagandano l’odio razziale e l’immagine vittimistica degli hutu, tra queste spicca Kangura. Distribuite principalmente in città, tali pubblicazioni vengono portate nelle campagne dai lavoratori, o fotocopiate e distribuite dalle amministrazioni locali (Guenivet). Ma più che la carta stampata è la radio a svolgere la parte del leone, sia prima che durante il genocidio. “La radio in Rwanda, un paese con un alto tasso di analfabetismo, ha sempre svolto un ruolo di primo piano nella diffusione delle notizie sia di carattere nazionale che comunitario, come ad esempio informare le famiglie delle morti di qualche membro per facilitare il ritorno a casa per i funerali, ecc. L’unica emittente radiofonica, fino al 1993, è Radio Rwanda, filo diretto del governo che usa un linguaggio formale di difficile comprensione per la stragrande maggioranza della popolazione. Nel 1993 nasce la seconda radio nazionale, privata, la RTLM con vocazione più popolare e fortemente in disaccordo con gli Accordi di pace di Arusha. Sarà la voce che seguirà, inciterà e darà le direttive durante il genocidio”. Thompson
 
MILLENOVECENTONOVANTAQUATTRO - 1994 torna su
Il genocidio in Rwanda, accuratamente preparato nei mesi precedenti, si scatena nella notte del 6 aprile del 1994 e viene arrestato all’inizio di luglio dall’ingresso del FPR. Mentre si prepara e si attua lo sterminio di circa un milione di persone, l’attenzione dell’opinione pubblica italiana e mondiale è catturata dalle seguenti notizie… Il 15 marzo le truppe americane si ritirano dalla Somalia, dove il 20 marzo vengono assassinati la giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin. Il 27 marzo Silvio Berlusconi vince le elezioni. L’8 aprile viene ritrovato il corpo senza vita del musicista americano Kurt Cobain, leader dei Nirvana, mentre a Roma si inaugura la Capella Sistina dopo dieci anni di restauri. Il 27 aprile si svolgono in Sudafrica le prime elezioni multirazziali che pongono fine all’apartheid. Il primo maggio, in un incidente sul circuito di San Marino, muore il campione automobilistico Ayrton Senna. Il 10 maggio Nelson Mandela diventa il primo presidente nero del Sudafrica. In giugno iniziano i negoziati per la pace in Yugoslavia e negli Stati Uniti prendono il via i Mondiali di Calcio vinti dal Brasile che batte in finale ai rigori l’Italia. E’ il 17 luglio, sono passati due giorni dalla conclusione del massacro in Rwanda.
 
MNRD - MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO NAZIONALE PER LO SVILUPPO torna su
“Movimento capeggiato dal presidente Habyarimana è di fatto l’unico partito politico esistente in Rwanda a cui tutti i cittadini sono obbligatoriamente iscritti. Il motto del MNRD è “pace, unità e sviluppo” e questo slogan, sapientemente utilizzato da Habyarimana a livello internazionale, lo fa assurgere a politico moderato e illuminato. In realtà attraverso il partito unico il presidente riesce ad avere un controllo capillare di tutta la nazione. Nel 1992, a seguito delle pressioni internazionali per un sistema multipartitico Habyarimana fa nasce il CDR.” Scaglione
 
MWAMI torna su
Il nome attribuito ai capi che governavano il Rwanda precoloniale. “Alcuni erano hutu, altri tutsi; gli huti e i tutsi combattevano fianco a fianco negli eserciti dei mwami. Attraverso matrimoni e clientele, gli hutu potevano diventare tutsi e i tutsi hutu per diritto ereditario, e viceversa…” E’ rimasto celebre il regno di Rwabugiri che salì al trono dopo il 1860 ed estese il suo dominio su un territorio corrispondente a quello attuale. Il mwami era venerato come una divinità assoluta e infallibile e considerato l’incarnazione del Rwanda.
 
N
 
NEGAZIONISMO torna su
All’Harmattan, celebre libreria africana in rue des Ecoles a Parigi, è possibile consultare sette scaffali di libri dedicati al genocidio, al processo di riconciliazione e alla vita dei profughi nella Repubblica Democratica del Congo. Una buona metà dei libri in vendita sostiene tesi dichiaratamente negazioniste o revisioniste, e sono stati scritti da persone direttamente o indirettamente implicate nel massacro. Una delle tesi revisioniste più diffuse è quella del cosiddetto “doppio genocidio”, secondo la quale al genocidio dei tutsi ad opera degli hutu sarebbe seguito il genocidio degli hutu per mano del FPR. “La tesi del doppio genocidio è perversa perché vuol dire: ‘Se tutti hanno ucciso, tutti sono colpevoli e se tutti sono colpevoli, tutti sono vittime. Quindi la soluzione è voltare pagina, perché siamo tutti sulla stessa barca’. Revisionista è anche la tesi che ad Arusha vada in scena la ‘giustizia dei vincitori’. Bisogna riconoscere che il seguito degli avvenimenti nella regione, con i drammi dei rifugiati in Congo e la guerra che è proseguita da quelle parti, hanno alimentato il revisionismo… Dunque, il revisionismo si nutre di tutte le tragedie che si sono succedute nella regione dei Grandi Laghi” Braeckman
 
NUMERI torna su
Per la rapidità con cui è stato realizzato il genocidio del Rwanda non ha eguali nella storia. In un paese poco più grande della regione Piemonte, in 100 giorni sono state ammazzate tra 800 mila e 1 milione di persone. Qualcosa come 10 mila persone al giorno, 1 morto ogni 8 secondi, tre attentati alle torri gemelle al giorno per 100 giorni. Si calcola per difetto che in 100 giorni siano state stuprate circa 250 mila donne, per una media impossibile di 2500 stupri al giorno. Nel periodo immediatamente successivo alla strage il 70 per cento della popolazione era composto da donne. Il genocidio ha lasciato oltre 500 mila orfani.
 
O
 
ONU torna su
In seguito alla firma degli accordi di pace di Arusha del 1993 tra il governo rwandese e il FPR, l’ONU vara la missione di pace UNAMIR costituita da 2500 uomini, con l’obiettivo di controllare il rispetto degli accordi e del cessate il fuoco. All’inizio del genocidio il Consiglio di sicurezza decide di ritirare il grosso del contingente ONU lasciando a Kigali solo 270 soldati, malgrado le vibrate proteste del capo della missione, il generale Romeo Dallaire. Il Rwanda viene così abbandonato al suo destino di morte dalle Nazioni Unite.
 
ORFANI torna su
Quando si pose fine al genocidio del 1994, decine di migliaia di bambini erano rimasti orfani. “Bambini testimoni di una violenza indicibile, che hanno perso la madre o il padre o entrambi i genitori. Migliaia sono stati vittime di brutalità aberranti e di violenze sessuali. Molti altri sono stati forzati a commettere atrocità. L'impatto della tragedia è di fatto impossibile da quantificare" (Direttore generale UNICEF). Il Rwanda ha una delle più alte percentuali di bambini capo-famiglia, con circa 100 mila bambini che vivono in 42 mila nuclei familiari. Questi bambini sono rimasti soli a fronteggiare le difficoltà della vita, o perché i loro genitori sono stati uccisi durante il genocidio, o perché morti di AIDS o in quanto imprigionati per reati connessi al genocidio. UNICEF
 
P
 
PERCHÉ? torna su
“Claudine che all’epoca dei fatti aveva ventuno anni, fornisce tra l’altro questa stupefacente definizione dell’evento: “D’altra parte penso che nessuno riuscirà mai a scrivere tutta la verità su questa misteriosa tragedia, dandole un senso compiuto; né i professori a Kigali e in Europa, né i circoli di intellettuali e di politici. Qualunque spiegazione è destinata a fallire da una parte o dall’altra, come su un tavolo sbilenco; un genocidio non è un’erba cattiva spuntata da due o tre radici, ma da un groviglio di radici, marcite sotto terra senza che nessuno se ne accorgesse”. Hatzfeld
 
PERDONO torna su
“Parliamo pure di riconciliazione, se è necessario, ma lasciamo perdere il perdono. Parliamo di riconciliazione perché non c’è alternativa. Perché riconciliarsi non significa perdonare. Riallacciare i rapporti con i vicini, salutarsi di nuovo come prima è importante per tutti i motivi che ho già detto: la nostra cultura non può essere concepita senza le sue tradizioni, i suoi riti”. “Non riesco bene a esprimere che cosa significhi per un sopravvissuto la riconciliazione. E’ qualcosa di molto, molto lontano, come il cielo. Prima di tutto perché ti accorgi che la persona che ti ha fatto soffrire così tanto non cede. Si rifiuta di parlare, e il dolore che provi è così profondo, impossibile da descrivere, quindi convincersi che riusciremo a riconciliarci è difficile. Tuttavia per preparare il futuro di un paese non si può continuare a vivere nella discordia, e allora, in mancanza di meglio, accettiamo di percorrere la strada più breve. Ma anche la più dura”. “Credo che riconciliazione significhi prima di tutto vivere tranquilli con sé stessi, per poter poi avvicinarsi agli altri. Sentirsi in pace significa accettare ciò che è successo senza pensare alla vendetta, altrimenti non si può costruire nulla. Questo è l’unico modo per riuscire a vivere di nuovo con chi ti ha fatto del male. Tuttavia la giustizia deve fare il suo corso”. Mujawayo
 
PROCESSO DI PACE torna su
“Dopo un periodo di transizione di nove anni, il Rwanda nel 2003 ha organizzato elezioni amministrative, politiche e presidenziali. L’attuale governo in carica è espressione della maggioranza parlamentare e ha il compito di rafforzare alcuni punti essenziali dell’accordo di pace di Arusha del 4 agosto 1993 tra cui: il concetto di unità del popolo rwandese, il rifiuto di discriminazione basata sull’etnia, il rientro dei profughi rwandesi in patria, un esercito nazionale subordinato al governo e rispettoso dello stato di diritto”. Touadi
 
PROFUGHI torna su
Tra il giugno e il luglio del 1994 oltre due milioni di persone, principalmente di etnia hutu, lasciarono il paese per timore delle azioni di rappresaglia messe in atto dai tutsi del Fronte Patriottico Ruandese (FPR). Molti di questi profughi trovarono rifugio in Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), ma quasi tutti gli stati della regione dei Grandi Laghi furono interessati dalla migrazione. La migrazione fu in gran parte un'operazione pianificata dalle autorità Hutu piuttosto che un movimento caotico di persone in cerca di scampo dai combattimenti. I rifugiati si insediarono in grandi accampamenti a ridosso del confine rwandese, sotto la guida dei loro leader politici e capi militari. Joël Boutroue, un incaricato dell'UNHCR che visitò i campi, disse che "dalle discussioni con i capi dei rifugiati... si capisce che l'esilio viene considerato come un modo per proseguire la guerra con altri mezzi". La migrazione fu di proporzioni eccezionali e avvenne molto velocemente. Verso la Tanzania si spostarono nel mese di aprile circa 500.000 ruandesi; nella sola giornata del 28 il ponte di Rusumo Falls fu attraversato da 250.000 persone, evento che l'UNHCR descrisse come "l'esodo più veloce dei tempi moderni". Gli sforzi delle organizzazioni internazionali di portare aiuti umanitari ai profughi furono spesso ostacolati dal fatto che i campi profughi, soprattutto in Zaire, erano usati da organizzazioni di militanti Hutu come basi per condurre azioni di guerriglia contro il governo dell'RPF in Ruanda, per cui i profughi furono di fatto coinvolti negli sviluppi della guerra civile rwandese, tra cui la prima guerra del Congo.
 
R
 
RTLM - RADIO-TELEVISIONE LIBERA DELLE MILLE COLLINE torna su
Emittente radiofonica fondata nel 1993 da persone vicine al presidente Habyarimana. Si contrappone all’unica altra emittente nazionale, Radio Rwanda, trasmettendo programmi in kinyarwanda, allegre canzoni congolesi, intervistando e conversando con le persone comuni. Voce del MRND e del DCR, inizia molti mesi prima del genocidio una campagna d’odio contro i tutsi e i partiti di opposizione, fino a fare esplicitamente i nomi dei nemici da abbattere o dei traditori che meritano la morte. Durante il genocidio incita continuamente gli ascoltatori a farsi coraggio e a schiacciare gli inyenzi (“scarafaggi”). Rende pubblici i nascondigli delle vittime e fornisce indicazioni precise agli interahamwe.
 
RAZZA torna su
“Sebbene nulla sul piano biologico autorizzi a suddividere le specie umane in ‘razze’ diverse, l’uso del concetto (risalente alla classificazione settecentesca di Linneo) è rimasto nel linguaggio comune, assumendo in genere precise connotazioni ideologiche. Il colore della pelle, degli occhi e dei capelli, come l’abbigliamento e il linguaggio, costituiscono caratteri distintivi esteriori attraverso i quali gli uomini elaborano e concepiscono la propria differenza rispetto ad altri uomini. Essi divengono dei marcatori dell’alterità in base ai quali un gruppo umano si definisce in relazione agli altri gruppi. Tale atteggiamento, quando si salda con un certo grado di intolleranza e di conflittualità nei confronti appartenenti a gruppi diversi, può dare origine a forme di razzismo, di cui alcune teorie scientifiche del passato sembrano essere state tentativi di giustificazione”. Fabietti e Remoti.
 
REGNI INTERLACUSTRI torna su
“La regione dei Regni Interlacustri (Rwanda, Burundi, Uganda meridionale e Tanzania nordoccidentale) è caratterizzata da una fascia di altipiani ondulati compresa tra il Nilo Vittoria, il lago Alberto, la catena del Rwenzori, i laghi Edoardo e Kivu, il lago Tanganica a ponente, e i bacini dei laghi Kioga e Vittoria a oriente. I gruppi che vi abitano parlano lingue affini e condividono istituzioni sociali, politiche e religiose molto simili. Nel passato precoloniale, regni più o meno centralizzati, relativamente estesi come il Rwanda o estremamente piccoli (come il Busoga) ne caratterizzarono il panorama politico. Gli Europei giunsero in queste regioni soltanto a partire dalla metà del XIX secolo e restarono affascinati dall’organizzazione politica e sociale delle terre che attraversavano. L’intera regione in effetti era rimasta isolata per secoli e soltanto a partire dal 1750, con il crescente interesse dimostrato dalla popolazione swahili della costa orientale per il commercio verso l’interno, l’area interlacustre divenne parte di una vasta rete commerciale (i cui prodotti principali erano il sale e il ferro). Una serie di mercati si svilupparono lungo le rive dei laghi e mutamenti economici e sociali investirono queste regioni, dando il via ad una serie di migrazioni che si intensificarono sotto il governo coloniale grazie all’introduzione delle colture da espotarazione”. Fabietti e Remoti.
 
RIVOLUZIONE SOCIALE DEL 1959 torna su
Alla fine degli anni Cinquanta l’ondata di nazionalismo contro il colonialismo che travolge l’Africa coinvolge in pieno anche il Rwanda. Il 24 luglio 1959 il mwami Mutara III insediato dai belgi muore in circostanze sospette e al suo posto i nobili tutsi mandano al trono Kigeri V. La situazione è particolarmente tesa e scoppiano i primi disordini tra gruppi politici hutu e gruppi politici tutsi. E’ l’inizio della Rivoluzione sociale durante la quale gli hutu, con la collaborazione dei belgi, smontano le strutture di potere costruite dai tutsi. I tutsi iniziano a scappare oltre confine. Il 28 gennaio 1961 i gruppi di potere hutu proclamano la Repubblica ruandese. Scaglione
 
S
 
STUPRI torna su
“La Propaganda anti-tutsi trova nel corpo della donna un terreno per combattere e annientare il nemico. Tutti i mezzi di comunicazione contribuiscono a creare l’immagine della donna tutsi come superba, inarrivabile, ammaliatrice e dunque spia pericolosa che può circuire l’uomo hutu. La donna tutsi viene attaccata per le sue caratteristiche fisiche e mutilata e stuprata per questo. Lo stupro, coordinato anch’esso dall’apparato genocidiario centrale, è chiamato kubohoza che in lingua kinyarwanda significa “aiutare alla liberazione” e precede spesso una ritualità antica impropriamente al servizio delle milizie hutu che si rivelano essere le più efferate durante gli stupri. Anche l’esercito si macchia di questo crimine, ma in modo meno diffuso. I militari agiscono per lo più da incitatori. Con lo stupro, con la violazione del corpo della donna tutsi l’uomo hutu si vendica, umilia, degrada e distrugge quello che per anni è stato il suo oggetto di desiderio. I matrimoni misti infatti erano per lo più celebrati nella capitale. I dati sul fenomeno sono vari e difficilmente verificabili: si calcola che siano state violentate parecchie decine di migliaia donne e che dagli stupri siano nati almeno 5 mila figli dell’odio. Gli stupri spesso erano il preludio alla morte, ma in alcuni casi sono stati l’inizio di una schiavitù forzata individuale, tradotta in matrimoni forzati, o di una schiavitù sessuale collettiva in cui le donne erano costrette a seguire gli spostamenti dei loro carnefici”. Guenivet
 
T
 
TRIBALISMO torna su
“Questo termine viene inserito nel lessico antropologico tra gli anni Cinquanta e Sessanta. La nozione a esso corrispondente viene elaborata in relazione in relazione a un fenomeno particolare, il processo di urbanizzazione che interessava in quegli anni l’Africa Centrale, con il quale si intendeva porre in luce il significato che l’istituzione della tribù, una forma di organizzazione pensata come tipica della vita rurale tradizionale, andava assumendo nelle nuove città… Il termine è stato impiegato spesso con una connotazione fortemente negativa per indicare una serie di comportamenti che si opponevano alla creazione di uno stato “moderno”… Oggi gli antropologi sono consapevoli del fatto che in Africa, ma non solo, il T. è soprattutto il linguaggio del potere centrale, il quale definisce tribalista qualunque movimento sociale di protesta e opposizione nel tentativo di squalificarlo e delegittimarlo, mascherando come sopravvivenze di un passato primitivo forme di conflitto sociale, politico ed economico prodotte dall’assetto globale contemporaneo”. Fabietti e Remotti.
 
TRIBU’ torna su
Non vi è accordo tra gli antropologi sul significato preciso da attribuire a questo termine, il quale resta a tal punto vago e ambiguo da aver meritato la definizione di concetto ‘ripostiglio’. La nozione di tribù è stata impiegata per etichettare e descrivere gruppi assai diversi tra loro, intendendo di volta in volta cogliere con essa una loro somiglianza dal punto di vista dell’organizzazione politica o delle caratteristiche culturali o della rappresentazione ideologica, in una varietà di tipologie sociologiche, evoluzionistiche ed ecologico-culturali… Il concetto coloniale e antropologico di tribù come unità omogenea dal punto di vista etnico, linguistico, culturale e politico fu una riduzione troppo semplicistica della rete di relazioni sociali e di identità molteplici nell’Africa postcoloniale. La tribù ha meritato, da questo punto di vista, la definizione di finzione etnografica: essa costituisce una costruzione dell’antropologo. Fabietti e Remotti.
 
TPIR - TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE PER IL RWANDA torna su
Istituito ad Arusha – Tanzania - l’8 novembre 1994 con il mandato di giudicare i principali responsabili del genocidio, colpevoli di crimini commessi tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 1994 nell’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Il Tribunale dovrebbe giudicare anche le persone accusate di crimini contro l’umanità durante lo stesso periodo sia in Rwanda che nei paesi vicini. La gestione dei processi è molto complessa: consigli di difesa provenienti da tutto il mondo, traduzione in francese e kinyarwanda, un sofisticato programma di anonimato e protezione dei testimoni. L’attuale governo rwandese esprime spesso critiche nei confronti del TPIR sia per la lentezza dei procedimenti, sia per la presunta incapacità di catturare altri esponenti hutu residenti nei paesi vicini al Rwanda, in Europa, negli Stati Uniti e in Canada. Una delle spine del fianco del TPIR è quella di fare luce sui presunti crimini del FPR nella sua avanzata a Kigali. Ciò ha portato ad avvelenare i rapporti tra le autorità ruandese e le istituzioni internazionali complicando la serenità e credibilità del tribunale stesso. Merito del TPIR è quello di essere diventato un punto di riferimento per la pace e la giustizia in quanto giudicando anche le alte cariche dello stato rafforza il principio di responsabilità politica e legale, la cooperazione tra stati africani (le persone accusate e detenute ad Arusha sono state estradate da più di 15 paesi), l’esecuzione della pena in Africa. Touadi
 
TUTSI/HUTU torna su
“Le ipotesi sul popolamento dell’area interlacustre dell’Africa centro-orientale affermano che agli abitanti originari, i Twa, si sarebbero sovrapposti, in successive ondate migratorie, daprima gli agricoltori Hutu e, in tempi più recenti, la minoranza degli allevatori Tutsi. La formazione dei Regni interlacustri del Rwanda e del Burundi creò poi una complessa gerarchia che regolava l’integrazione socio-economica di queste etnie, anche grazie ad un’elaborata politica e rituale. Con la fine delle monarchie tradizionali e l’indipendenza, questa imaplacatura è improvvisamente venuta a mancare, lasciando il campo alle forze centrifughe tendenti alla separazione etnica piuttosto che all’integrazione. Si è creata così una situazione sociale estremamente complessa che si è trasformata in un drammatico conflitto”. Fabietti/ Remotti.
 
TWA torna su
“Popolazione pigmoide del Rwanda e del Burundi, è considerata la più antica presente nella regione. La consistenza demografica dei Twa, difficilmente valutabile con precisione, si aggira intorno all’1% della popolazione totale. Dediti all’artigianato della terracotta e della caccia – laddove la sopravvivenza di aree di foresta lo consente – sono famosi per la loro musica e le loro danze, grazie alle quali venivano impiegati nelle corti degli antichi regni”. Fabietti e Remotti.Q
 
U
 
UNAMIR torna su
Proposta dal Dipartimento per le missioni di peacekeeping dell’ONU, guidato da Kofi Ann, la missione è istituita il 5 ottobre 1993 con la risoluzione 872 del Consiglio di Sicurezza. L’UNAMIR, che si sarebbe dovuta articolare inizialmente in 4 fasi per portare il Rwanda alla pacificazione completa e alle libere elezioni, è composta inizialmente da 2548 soldati di diverse nazionalità, di cui 350 erano osservatori disarmati, insufficientemente equipaggiati e dispiegati per lo più nella capitale. Il basso profilo scelto dal Consiglio di Sicurezza per l’UNAMIR, in contrasto con gli Accordi di pace di Arusha, risponde ad una precisa richiesta del Consiglio di sicurezza di contenimento delle missioni di peacekeeping che in quel periodo stanno impiegando circa 70 000 uomini in tutto il mondo con un considerevole aumento delle spese. Gli Stati Uniti si oppongono alla missione anche per ragioni politiche dal momento che in Somalia hanno appena perso la vita decine di militari americani e negli USA si è diffusa a tutti i livelli una forte ostilità nei confronti delle operazioni di peacekeeping. Il risultato è che all’inizio del genocidio i caschi blu sono impiegati per lo più a far evacuare i membri della comunità internazionale e sono drasticamente ridimensionati fino ad arrivare a sole 270 unità. In realtà con un atto di insubordinazione verso il Consiglio di sicurezza, resteranno volontariamente 456 militari ghanesi e tunisini. Scaglione
 
UMUGANDA (CORVEE COMUNALI OBBLIGATORIE). torna su
“In epoca coloniale erano così chiamati i lavori svolti nell’interesse pubblico, attività come rimuovere la sterpaglia, riparare le strade, scavare fossi, eccetera. L’umuganda era attuata dal capo quartiere: responsabile di 10 nuclei, aveva il compito di registrare le presenze e di sottoporre ad ammenda chi non partecipava. Il capo quartiere era incaricato dal consigliere comunale che era incaricato dal borgomastro (ovvero il sindaco), che a sua volta riceveva comandi dal prefetto, e così via. Applicando tale pratica al genocidio si aveva la certezza di entrare in tutte le case, di coinvolgere tutti gli hutu affinché massacrassero tutti i vicini di casa tutsi o ne individuassero i nascondigli”. Sémelin
 
V
 
VEDOVE torna su
Più di metà della popolazione femminile è composta da vedove. “Dopo il genocidio per parecchio tempo non sono riuscita ad accettare di essere rimasta vedova. La vita per me on aveva più senso. Se mi ero dimenticata di abbottonarmi il vestito e qualcuno me lo aveva fatto notare, dicevo: “che importanza ha? Anche se mi abbottono bene, cambierà qualcosa? Non facevo più alcuno sforzo. “Lasciatemi stare. Quando c’era mio marito valevo qualcosa, ora mi sento condannata”. La tua dignità di donna è stata spazzata via e devi impegnarti a ritrovarla. Vivi in costante penitenza. Come il detenuto è condannato quando è in prigione, una vedova è condannata quando non ha più suo marito”. Mujwayo
 
W
 
WATUSSI (I) torna su
Celeberrimo brano scritto da Carlo Rossi e Edoardo Vianello, portato al successo dai Flippers nel 1963, l’anno nel quale gli slanciati tutsi della canzone (wa-tutsi, dove il wa indica il plurale secondo la grammatica swahili), subiscono un nuovo progrom in Rwanda e lasciano in massa il paese. La canzone, spiritosa e orecchiabile, è a lungo in cima alla hit parade, vende oltre sei milioni di copie e diviene una dei motivi simbolo degli anni Sessanta. Il testo è un documento prezioso del radicamento nella cultura popolare italiana del mito camita, ovvero dell’esistenza nel cuore dell’Africa selvaggia (il continente nero) di una popolazione superiore di “altissimi negri”. “Noi siamo quelli che all'equatore vediamo per primi la luce del sole, noi siamo i Watussi… Quello più basso è alto sei metri. Qui ci scambiamo l'amore profondo dandoci i baci più alti del mondo”. Para-ponzi-ponzi-po.
 
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ZERO, 385 torna su
E’ l’indice di sviluppo umano (ISU) del Rwanda. L’ISU è formato da tre componenti chiave: la longevità, il livello di istruzione e la qualità della vita. I tre elementi vengono combinati tra loro con successive operazioni di sintesi, fino ad arrivare ad un indice medio che utilizza rispettivamente i dati della speranza di vita, del tasso di alfabetizzazione e del reddito pro-capite. L’indice varia da 0 (minimo livello di sviluppo umano) a 1 (massimo livello di sviluppo umano) consentendo la classificazione dei vari paesi. Secondo questo livello di misurazione il Rwanda è tra i paesi con un insufficiente livello di sviluppo umano (inferiore a 0,500) ed agli ultimi posti della classifica, occupa il 152esmino posto, su 177 paesi. Al primo posto c’è la Norvegia con un indice pari a 0,938 mentre l’Italia si colloca al 23esimo posto con un indice pari a 0,854. Entrambi fanno parte del gruppo di paesi con alto livello di sviluppo umano (pari o superiore a 0,800).
 
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Bibliografia
 
 
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Libri

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Bauman, Modernità e Olocausto, Il Mulino 1992

Bizimana, L’église et le génocide au Rwanda, L’Harmattan 2001

Calais, Rwanda, le pays hanté, Ed du Chène, 2006

Calchi Novati, Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, Carocci, 2005

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Del Forge J., Le Rwanda tel qu’ils l’ont vu. Un siecle de regards européens (1862-1962), L’Harmattan 2008.

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Fabietti, Remotti, (a cura di), Dizionario di antropologia, Zanichelli 1997.

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Mujawayo, Il fiore di Stéphanie, E/O, 2007

Mukasonga, La femme aux pieds nus, Gallimard, 2008

Nahimana, Le Rwanda. Emergence d’un etat, L’Harmattan, 1993

Ndemesah Fausto, La radio e il machete, Infinito, 2009

Reader, Africa. Biografia di un continente, Mondadori, 2001

Rumiya, Le Rwanda sous le régime du mandat belge 1916-31, L’Harmattan, 1992

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Tadjo, L’ombra di Imana, viaggio al termine del Rwanda, Ilisso 2005

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Riviste e Articoli

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Kagabo, Le sens d’une commemoration, Le Monde diplomatique, marzo 2004

Braeckman, Accusations suspectes contre le regime rwandais, Le Monde diplomatique, gennaio 2007

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Essoungou, Aux racines du contentieux franco-rwandais, Le Monde Diplomatique, Gennaio 2009

Film e Documentari

Kalinda, Mères courage, Via le Monde, Montréal, 2006

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