Ascanio Celestini e Progetto Rwanda salgono sullo stesso palco per sostenere la Casa della Pace e della Riconciliazione a Kigali. Accade a Roma, nel suggestivo scenario dell’Isola Tiberina, con un evento, applaudito da oltre mille persone, che segna l’inizio della collaborazione dell’estroso Griot romano con la nostra associazione. In occasione della ricorrenza dei quindici anni del genocidio, Celestini porta in scena “Letture sul Rwanda”, ricostruzione meticolosa dei fatti che portarono alla tragedia del 1994.
Il testo, liberamente ispirato al libro di Daniele Scaglione “Istruzioni per un genocidio”, ha il merito di riannodare i fili principali della vicenda in poco più di 6000 parole. Con un rigoroso lavoro di sintesi, Celestini rievoca le narrazioni tradizionali, la spartizione del continente col righello al Congresso di Berlino, l’introduzione della carta d’identità etnica ad opera dei belgi, la rivoluzione sociale del ’59, i primi eccidi, l’avvento del clan Akazu, la formazione del Fronte Patriottico, il ruolo dell’Occidente civile, della Chiesa, dei media, fino al dilagare della follia nel ’94, che in Italia non fa notizia, perché si è tutti impegnati a parlare del nuovo governo guidato da Silvio Berlusconi, il Rwanda è una nazione piccola come la Sicilia, e in fondo “in Italia non si fa caso manco ai morti siciliani, figurarsi l’africani”.
All’inizio dello spettacolo, Ascanio Celestini ha invitato il pubblico a sostenere le attività della Casa della Pace e della Riconciliazione: “perché la memoria è importante quando è una chiave per aprire una porta nel presente, ad esempio per aiutare le donne di Kigali, altrimenti rischia di diventare un mito, una cosa molto pericolosa”.
Intervista ad Ascanio Celestini
Com’è nato il tuo interesse per il Rwanda?
Ho scoperto il Rwanda in libreria, sfogliando un libro di Daniele Scaglione, “Istruzioni per un genocidio”. Prima di leggerlo, sapevo quel poco che trovi nei trafiletti del giornale o sui Tg, quel poco che con il passare del tempo ti fa pensare di saperne tanto: Rwanda? Certo che so che cos’è successo in Rwanda, l’ho visto in televisione, è una storia di africani che si scannano tra di loro… Il libro di Daniele invece mi ha permesso di conoscere tutta un’altra storia…
Quando hai deciso di fare una lettura sul genocidio?
Avevo appena finito di leggere il libro di Scaglione quando la Direzione Generale della Cooperazione Italiana mi chiese di intervenire ad una grande iniziativa dedicata all’Africa. Inizialmente mi misi a scrivere un racconto, ma mi resi subito conto che scrivere in modo personale sul Rwanda era molto difficile. Che senso aveva aggiungere qualcosa a tutto quello che era accaduto? Mi sembrava più importante raccontare i fatti senza intervenire nel racconto: per questo il testo che ne è venuto fuori non è un racconto teatrale, né uno spettacolo, né una narrazione. E’ il tentativo di rimettere insieme alcuni pezzi.
Perché la gente dovrebbe appassionarsi alle vicende lontane di un piccolo paese africano?
Se certe storie fossero conosciute intertesserebbero a tante persone. Io sono una persona media, non sono andato neanche troppo a scuola, non studiavo molto, sono cresciuto in una borgata. Questa storia, anche se è avvenuta in un paese tanto lontano dall’Italia, è una storia molto occidentale che in un particolare momento ha messo in moto un meccanismo che è pressoché identico ovunque. Ieri riflettevo sul problema linguistico: a scuola ci hanno insegnato che la linguistica di base si compone di significato, significante e referente extra linguistico. Il significante è la parola, il referente extralinguistico è la cosa e il significato è quello che li mette insieme. La parola uomo esiste a prescindere dal fatto che c’è un uomo attorno a me, così come uno che cammina per strada è un uomo anche se io non lo scrivo da nessuna parte. Il significato della parola mette in relazione questi due termini. Allora, se voglio uccidere in grande senza andare in galera, prima mi devo preoccupare di uccidere il significato o il significante, poi dopo posso uccidere anche l’uomo. E’ il caso straordinario del Ruanda dove prima di uccidere un milione di persone hanno fatto in maniera che ci fosse uno slittamento linguistico: che le vittime non fossero più uomini, ma scarafaggi. Così, se io uccido un milione di persone vado in galera prima di aver finito la frase, ma se io dico che uccido un milione di scarafaggi, mi danno pure un aiuto, una pacca sulla spalla. E’ un meccanismo che si teorizza e si mette in pratica da secoli, accade continuamente, basta pensare ai Barbari, agli Infedeli, alla Pecora nera: in questo modo l’identità di una persona si affievolisce, non si azzera del tutto, ma si porta al livello minimo e la persona diventa un po’ meno persona. Io riesco ad uccidere la persona davanti a me se prima di ucciderla uccido il suo significante. E per questo che si arriva al campo di sterminio, al genocidio.
Accade anche oggi?
E’ un meccanismo che accade sempre. Guarda cosa succede alle persone, uomini e donne, che arrivano dall’Africa: diventano subito Immigrati e già sulla parola immigrato c’è un destino. I telegiornali ti dicono che sono morti 30 immigrati e tu sai che sulla parola immigrato pesa il destino di chi ci ha provato e non c’è riuscito. Se in più dicono che sono Clandestini dicono che se la sono andata a cercare, perché adesso è pure un reato. Piano piano quella persona perde la sua identità, diventa un numero, e in mare morirà un negro, un bastardo, un cane…
Ricordare quanto è accaduto è davvero così importante? Non c’è il rischio di continuare ad alimentare l’odio?
Noi ci siamo abituati all’idea che senza memoria non c’è passato, e rischiamo di perdere le nostre radici, e non c’è futuro. Ci siamo talmente abituati alle Giornate della Memoria che non ci fanno più nessun effetto. In maniera molto volgare io dico che a me la memoria dà sempre l’idea di un bianco e nero, del filo spinato. Ma la memoria serve soltanto se viene esercitata in maniera critica giorno per giorno e se è uno strumento. Faccio sempre l’esempio della chiave. Se io non ricordo dove ho messo le chiavi non ritorno a casa la sera. La memoria è come le chiavi. Mi devo ricordare dove ho messo le chiavi perché a me servono per rientrare a casa, chiudere il motorino, metterlo in garage. Le chiavi di una casa dove abitavo venti anni fa, non mi servono. Se non è uno strumento, la memoria rischia di diventare un mito, una cosa molto pericolosa. Per questo sono felice di dedicare questa lettura a Progetto Rwanda per promuovere il progetto della Casa della riconciliazione e della pace. Spero che in questo modo la memoria possa migliorare la vita delle donne di Kigali e aiutare il processo di Pace.
So che non sei mai stato in Africa, come te la immagini?
In Africa ci sono stato, ma solo in Egitto, che è un’altra cosa. Quando mi hanno regalato la carta geografica di Peters ho visto che l’Europa è ancora più piccola di come ce l’hanno fatta vedere nelle carte geografiche da ragazzini, ho capito che l’Africa non è possibile nemmeno immaginarla.