Notizie 2010
 
LILLI GRUBER PER LE DONNE DI KIGALI
 
  IO DO UNA MANO. E VOI?
Lilli Gruber si impegna in prima persona a sostegno della Casa della Pace di Kigali e invita le donne italiane a fare altrettanto.
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E’ uno dei volti – e delle voci – più note della televisione italiana. Giornalista professionista dal 1982, per quindici anni grintosa protagonista dei principali programmi di informazione della Rai, inviata speciale nelle zone più calde del mondo, da sempre impegnata in difesa dei diritti delle donne, Lilli Gruber ha scelto di dare una mano a Progetto Rwanda e alla causa delle donne rwandesi, vittime designate del genocidio del 1994 e oggi in prima linea nel processo di riconciliazione nazionale. In uno spot radiofonico realizzato in occasione della ricorrenza dei quindici anni dal genocidio, l’attuale conduttrice di Otto e mezzo invita le donne italiane a dare un sostegno concreto alla Casa della Pace e della Riconciliazione, un progetto che offre alle vedove (ma non solo) di Kigali gli strumenti concreti per ottenere microcrediti, studiare, trovare un lavoro, migliorare la loro vita. “Il progetto mi è piaciuto subito – dice la Gruber - Ci sono molte ricerche che certificano che puntare sulle donne e sulla formazione e istruzione del mondo femminile è indispensabile per far uscire l’umanità dalle grandi crisi. Da questo punto di vista la Casa della Pace è un progetto saggio e lungimirante, perché le donne sono più affidabili anche quando si mettono a fare business, sono quelle che si occupano della cura, che danno la vita, che fanno tutti i mestieri, hanno una capacità di sacrificio e resistenza. Tutte queste capacità femminili sono fondamentali per ricostruire un paese come il Rwanda”. Al suo fianco nello spot, Beata Uwase, giovane sopravvissuta rwandese. Nell’aprile del 1994 aveva cinque anni e mezzo, oggi ne ha compiuti ventuno e frequenta la Facoltà di Medicina all’Università La Sapienza di Roma. “Quello che mi ha colpito di più in lei è la sua capacità di ricominciare in modo così convinto, forte e alto – dice la Gruber – La sua determinazione a imparare un mestiere importante, per poi tornare in Africa per dare lì il suo contributo, questo per me è un fatto straordinario che ci può insegnare molte cose. Mi piacerebbe che tante ragazze italiane della sua età avessero la possibilità di incontrarla”.

 

Intervista a Lilli Gruber

I media occidentali sono stati accusati di essere intervenuti in ritardo e di aver dato un’informazione superficiale durante la tragedia in Rwanda. Sei d’accordo?
Le guerre vengono illuminate bene solo quando sono delle grandi guerre in cui gli occidentali sono direttamente coinvolti con i loro uomini, con i loro militari, con i loro mezzi. Il Rwanda è stato per troppo tempo ignoto alla maggior parte dei giornalisti e abbiamo iniziato ad interessarci del genocidio solo quando non si poteva fare più finta di non vederlo. Il problema è sempre lo stesso… Tendiamo a dare notizie che sono poco rilevanti anche per gli equilibri veri dell’umanità. Se 10 mila morti al giorno per tre mesi non bastano per parlare di una così grande tragedia vuol dire che noi giornalisti per primi dobbiamo fare un esame di coscienza. Che cosa decidiamo di raccontare all’opinione pubblica? Io sono convinta che il cittadino ha il diritto di essere informato, ma anche un dovere ad informarsi. Non possiamo far finta che certe tragedie non esistano, serve una presa di coscienza su quelli che sono gli avvenimenti importanti al di fuori dei sacri patri confini. E invece purtroppo c’è sempre più la tendenza a fare informazione spettacolo. Anche gli spazi per definizione ad alta vocazione informativa come i telegiornali diventano sempre più spesso delle occasioni per intrattenere il pubblico più che informarlo. In una democrazia una cosa così fa molto male.

Perché hai deciso di sostenere in prima persona le attività della Casa della Pace e della Riconciliazione, un progetto che cerca di aiutare le donne di Kigali a costruirsi un futuro lavorativo?
Oggi ci sono molte ricerche, analisi, studi che certificano che puntare sulle donne e sulla formazione e istruzione del mondo femminile è indispensabile per far uscire l’umanità dalle grandi crisi, dai grandi problemi. In questo senso io penso che puntare sulle donne è una scelta saggia e giusta perché le donne sono più affidabili anche quando si mettono a fare business, sono quelle che si occupano della cura, che danno la vita, che fanno tutti i mestieri, hanno una capacità di sacrificio e resistenza. Tutte queste capacità femminili sono fondamentali per ricostruire un paese come il Rwanda.
Il Rwanda è il primo paese al mondo che ha più della metà dei seggi parlamentari occupati da una donna, penso che potrebbe anche fungere da esempio per gli altri paesi africani. Tutte queste cose insieme mi hanno fatto innamorare subito del progetto promosso da Progetto Rwanda e mi hanno motivato a cercare di fare qualcosa per sostenerlo.

Incontrare Progetto Rwanda ha significato incontrare anche Beata Uwase, la giovane sopravvissuta al genocidio con la quale hai registrato lo spot… Cosa ti ha colpito in lei?
Beata è una ragazza di una bellezza straordinaria e ha una storia veramente importante alle spalle, ma quello che mi ha colpito di più è la sua capacità di ricominciare in modo così determinato, forte e alto, perché in fondo lei dopo le drammatiche esperienze della sua famiglia e personali ha incontrato delle persone che l’hanno aiutata davvero. Per lei anche l’Italia ha rappresentato un’occasione straordinaria per ricostruirsi un futuro… Il fatto che lei ora sia così determinata a sfruttare questo periodo per diventare un medico, imparare un mestiere importante, per poi tornare in Rwanda e dare lì il suo contributo, questo per me è un fatto straordinario che ci può insegnare molte cose. Mi piacerebbe che tante ragazze italiane della sua età avessero la possibilità di incontrarla.

Sei stata in Rwanda?
In Africa sono stata una volta sola, in Gabon, ma nel momento in cui ho deciso di sostenere questo progetto mi è venuta voglia di andare in Rwanda, magari accompagnata da Beata, per scoprirlo attraverso i suoi occhi. Per formazione personale e professionale devo andare a vedere sul posto, magari la prossima estate quando finisce Otto e mezzo e Beata ha dato i suoi esami di medicina. Se questo può servire a dare una mano lo faccio molto volentieri.

 
 
 
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