Intervista a Luc Bucyana
Salve Luc, lei è una delle persone ruandesi che collaborano con la nostra associazione ormai da più di 10 anni. Ci può raccontare in breve la sua storia?
Mi chiamo Luc Bucyana, sono ruandese e sono nato nel 1961 a Kibungo, nell’est del Rwanda vicino alla Tanzania. Sono nato e cresciuto a Kibungo, lì ho frequentato le primarie, mentre le secondarie in una zona che si chiama Zaza, a 23 km di distanza, dove ho seguito il seminario per diventare prete. Sono prete da 22 anni.
Come uomo e come prete mi sono sempre interessato e occupato di formazione. Dal 1988 al 1994 sono stato formatore nel seminario minore di Zaza poi è scoppiato il genocidio. Inizialmente ci siamo nascosti nel seminario che era una grande struttura. Quando il seminario venne accerchiato alcuni miliziani che ci conoscevano ci hanno affidato ad altri che ci hanno portato a Rwamagana, una zona a metà strada tra Kibungo e Kigali. Anche lì i miliziani ci hanno attaccato, eravamo nascosti in una casa da un giorno quando sono stato riscattato da un vescovo emerito, un hutu.
La situazione era molto complessa perché all’interno del paese c’era il genocidio, e dall’altra parte dal 1990 c’era la guerra del Fronte Patriottico Ruandese contro il regime di Habyarimana. Verso la fine di aprile il Fronte Patriottico aveva preso Rwamagana dove io ero rifugiato e ci hanno messo in un campo profughi.
Finito il genocidio sono tornato ad insegnare per qualche mese non nel seminario dov’ero perché era stato distrutto, ma a Kigali dove si raccoglievano tutti i seminaristi dispersi. Molti studenti infatti erano stati uccisi, altri erano ancora nei campi profughi. Era rimasta solo una minoranza in Rwanda che abbiamo messo insieme e abbiamo ricominciato a fare la formazione.
Come ha conosciuto Progetto Rwanda?
Nel 1995 decisi di andare in Italia e proseguire i miei studi. Mi sono laureato all’Università Gregoriana in Scienze Sociali nel 2000. In questo periodo trascorso in Italia casualmente ho incontrato Patrizia Salierno. Mi ricordo che eravamo all’ aeroporto di Fiumicino ad aspettare delle persone dal Rwanda. Il volo era molto in ritardo, io aspettavo un prete e Patrizia una persona dell’associazione Kanyarwanda che per caso conoscevo anch’io. Da lì ho conosciuto Progetto Rwanda. L’idea di un’associazione italiana che collaborava con le associazioni locali ruandesi mi piacque molto e così abbiamo fatto delle iniziative insieme ad esempio durante le giornate della commemorazione, poi Patrizia mi ha coinvolto in alcune attività dell’associazione.
Quando ha iniziato a collaborare con noi?
Quando sono tornato in Rwanda nel 2000 abbiamo iniziato dei progetti insieme.
Quali sono stati i primi progetti?
Per prima cosa abbiamo avviato alcuni sostegni a distanza a Kibungo. Avevo iniziato a fare delle indagini per trovare quei bambini che avevano proprio bisogno di sostegno fino a quando siamo arrivati a sostenere circa 80 bambini ed alcuni di loro stanno continuando gli studi.
Poi abbiamo fatto anche dei progetti più grandi. Abbiamo costruito una scuola in una zona molto rurale di Kibungo che si chiama Kibaya. Lì c’era una scuola con le aule di fango, il tetto in lamiera e i pavimenti in terra battuta. Quindi abbiamo costruito 3 aule poi altre 3 e così fino a 12 aule.
Dopo abbiamo continuato a pensare a Kibaya a come poter aiutare i bambini a frequentare la scuola, come coinvolgere anche gli altri, come motivarli e motivare e sensibilizzare i genitori. Ci sono molti genitori che non capiscono il ruolo della scuola e lasciano i bambini a casa. E’ per questo che abbiamo dato priorità alla mensa. La mensa funziona così: noi diamo da mangiare a tutti i bambini della scuola sia quelli che vanno a scuola la mattina sia quelli che vanno il pomeriggio. A mezzogiorno e mezzo tutti i bambini mangiano insieme poi quelli del turno della mattina tornano a casa, quelli del turno del pomeriggio entrano in aula. Con questo metodo siamo passati da 800 a 1.200 bambini. Ora la mensa funziona bene e anche i genitori partecipano ai costi di gestione delle mensa perché è molto importante che la mensa sia percepita come una cosa che appartiene alla comunità e non solo come un dono di Progetto Rwanda che ha bisogno di sostegno esterno per funzionare. Adesso si è anche costruito il refettorio. Il progetto continua e siamo sempre in corrispondenza anche se sono tornato in Italia.
Come mai è tornato in Italia?
Dall’anno scorso ho ripreso i miei studi, sto facendo un dottorato in Scienze Sociali. La mia tesi è sul mantenimento della pace che era il mandato dell’Onu nel 1994. L’Onu non fu capace di fermare quella guerra e di fermare il genocidio. Io sto analizzando quel mandato per valutare cosa non è andato, perché non ha funzionato. Questo è importante per il nostro futuro, per prevenire possibili guerre.
E invece cosa prevede per il suo futuro?
Il mio futuro è in Rwanda. E’ nel campo della formazione. Sto pensando, grazie al dottorato, di dedicarmi alla formazione superiore, ad una università locale per formare anche gli insegnanti quindi una facoltà di pedagogia e una di sviluppo rurale.
Grazie Luc per averci dedicato il suo tempo e in bocca al lupo per il suo futuro. C’è per caso una cosa che vorrebbe dire ai nostri sostenitori?
Si, vorrei dire che forse per loro è difficile misurare l’impatto del loro sostegno. Noi lo viviamo e lo vediamo. Quando nel 2000 abbiamo iniziato il sostegno a distanza tanti bambini frequentavano le primarie, alcuni di loro ora stanno finendo la scuola secondaria, altri stanno per andare all’università. Insomma sono cresciuti e sono potuti andare a scuola grazie al sostegno, hanno cambiato la loro vita. I sostenitori devono andare fieri di ciò che hanno fatto e di ciò che continuano a fare. I frutti del loro impegno sono visibili!
|