Storie e testimonianze di...
 
ABDOURAHMAN WABERI
“A ogni crisi si vede che il linguaggio è inadeguato a descrivere il mondo e tutte le sue turpitudini, le parole continuano a essere povere stampelle malsicure, sempre in bilico… Eppure, se vogliamo che venga al mondo un po’ di speranza, ci rimangono come armi miracolose proprio quelle stampelle malferme. Che altro fare se non rievocare per un istante le anime e le persone scomparse, ascoltarle a lungo, sfiorarle, accarezzarle con parole impacciate e silenzi, sorvolarle ad ali spiegate, perché non possiamo condividere le loro storie? Farle sorridere anche, se è possibile, se si prestano al gioco e se un tale compito non trascende le nostre forze. Dire il nome di tutti gli esseri umani falciati così presto, di tutte quelle correnti prosciugate dall’odio e dall’egoismo. Trasformarsi in cassa di risonanza. Innalzare un pantheon d’inchiostro e di carta in memoria delle vittime, chiamare in causa le coscienze un pizzico disponibili… ”.
Da "Mietitura di teste". Edizioni il Lavoro, 2000
 
 
Progetto Rwanda raccoglie e pubblica qui sotto testimonianze di chi ha vissuto in prima persona e di chi ha raccontato i fatti del 1994.
 
BEATA UWASE
 
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“IO VOGLIO ANDARE AVANTI”

beataNell’aprile del 1994 aveva cinque anni e mezzo. Oggi ne ha compiuti ventuno e frequenta la Facoltà di Medicina all’Università La Sapienza di Roma. E’ sopravvissuta al genocidio, unica della sua famiglia: ferita dagli interhamwe, è stata salvata e protetta da una famiglia hutu in fuga verso il Congo. Dopo essere ritornata avventurosamente a Kigali, è stata accolta in una casa famiglia per orfani. Ha potuto curarsi e tornare a studiare grazie al sostegno a distanza promosso da Progetto Rwanda. Questa è la sua testimonianza.

Io voglio andare avanti, a differenza di tanti altri non ho la mentalità della divisione secondo la quale hutu e tutsi non devono parlarsi. Non potevo averla prima del genocidio perché allora non sapevo nemmeno il significato di queste parole: il primo giorno di scuola, alla fine del 1993, il maestro fece l’appello invitando i bambini tutsi ad alzarsi in piedi; ricordo che quando rientrai a casa chiesi a mia madre Beatrice: “mamma, ma io cosa sono, tutsi o hutu?” Lei non rispose, mi disse soltanto: “Quando ve lo chiedono, tu resta sempre seduta”.
Ma non ho mai pensato in termini di divisione nemmeno in seguito: dopo la guerra ho sempre continuato ad avere amici di tutti i tipi. A me non interessa se una persona è tutsi o hutu, per me non cambia niente. Non mi è rimasta dentro questa ferita, mi basta che sei un amico o un’amica e che mi dimostri che vuoi andare avanti. A scuola cercavo di avere amici hutu, gli andavo incontro, mi mettevo a parlare per dimostrare che non avevo problemi, anche se loro capivano subito dalle mie cicatrici che ero una sopravvissuta. Una mia compagna di scuola aveva il padre in prigione, all’inizio non voleva parlarne, poi si è aperta, mi ha detto che, pur facendo parte di quella famiglia, condannava quello che era successo e le dispiaceva che suo padre avesse fatto del male ad altre persone. Anche lei nel 1994 era molto piccola e non ha questa ‘mentalità di divisione’, vuole solo andare avanti, vuole vivere una vita normale. La maggior parte dei giovani della mia età la pensano così, non tutti perché dipende pure dalla famiglie in cui ti trovi a vivere.
Dopo avere ascoltato la mia storia in tanti mi chiedono come faccio ad essere sempre così serena e a voler parlare con tutti. Io non so rispondere a questa domanda, so solo che ho vissuto da entrambi i lati, in una famiglia tutsi e in una famiglia hutu, e che anche tra gli hutu ho trovato chi mi ha aiutato, ascoltato e dato la possibilità di esprimermi.
Il primo a soccorrermi è stato un hutu, il mio vicino di casa. Il 7 aprile, alle tre del pomeriggio, i militari avevano fatto irruzione in casa nostra sparando, uccidendo i miei e ferendo me al braccio, allo stomaco e ad una gamba. Dopo due giorni, era cominciato il saccheggio e Lazzaro, si chiamava proprio così, aveva sentito dire dai ladri che in casa c’era qualcuno ancora in vita. Così, era entrato, mi aveva preso e mi aveva nascosto a casa sua per un’intera settimana, fasciandomi il braccio (che si era quasi interamente staccato dal corpo) e andando ogni giorno all’ospedale a prendere i disinfettanti e le medicine per curarmi. Dopo una settimana, con un atto di grande coraggio, decise di portarmi all’ospedale per farmi estrarre la pallottola dallo stomaco. Superammo diversi posti di blocco e lui mi difese più volte dicendo ai miliziani dubbiosi che ero sua figlia. In ospedale mi lasciò in cura a Vestine, un’infermiera che è rimasta sempre con me durante le prime settimane di aprile e mi ha detto di non rivelare mai a nessuno il nome della mia famiglia, altrimenti mi avrebbero ucciso. Questo consiglio mi è rimasto dentro per tanto tempo.
Poi ho perso anche Vestine, sono rimasta nuovamente sola e sono fuggita. Dopo diversi giorni di cammino, sola con il mio bastone, senza niente da mangiare, dormendo dove capitava, ho raggiunto Ruhengeri, a nord, dove ho incontrato una famiglia hutu. Era una grande famiglia, mamma Donatilla, papà Andrea e nove figli, alcuni già sposati e con le famiglie al seguito, tutte brave persone che non avevano fatto nulla di male e si stavano solo rifugiando in Congo per scappare alla guerra. Quando mi hanno visto – sola, ferita, sfinita – si sono offerti di portarmi via con loro. Nel momento stesso in cui ho accettato di restare, sapendo che a Kigali non avevo più nessuno ho deciso che quella sarebbe diventata la mia nuova famiglia. Anche se erano gente di campagna e non avevano tanti soldi, mi hanno sempre trattata come una figlia. mi hanno curata, iscritta a scuola appena ritornati in Rwanda e il padre mi ha perfino fatto segnare sulla sua carta d’identità. Malgrado queste attenzioni, quando mi chiedevano da dove venivo e dove era la mia famiglia, mi limitavo a rispondere, come mi aveva detto di fare la donna, che venivo da Kigali, che i miei genitori erano militari hutu, che erano vivi ma che li avevo persi durante la fuga dalla città. A quel tempo, in ogni luogo dove andassi e qualsiasi cosa facessi, dicevano che ero una tutsi; in questo modo avevo cominciato a capire che ero tutsi e che erano i tutsi a morire. Anche la famiglia che mi aveva presa con sé, aveva capito che ero uno sopravvissuta, e quando negavo o restavo in silenzio, mi prendevano bonariamente in giro dicendo che ero una ‘bambina di città’.
Le cose sono cambiate quando siamo arrivati in un campo profughi in Congo. Nella famiglia vicina alla nostra, un interhamwe tra i venti e trent’anni, iniziò a sospettare che fossi una tutsi e prese a minacciarmi. Io ero spaventata, quando lo vedevo correvo a nascondermi. Mi chiamava scarafaggio, serpente, e appena poteva discuteva con le persone della mia nuova famiglia, gli diceva che a causa di scarafaggi come me loro erano stati costretti ad abbandonare il paese e che se non mi avessero consegnata, gli interhamwe li avrebbero ammazzati tutti. Due settimane dopo, la famiglia ha deciso di lasciare il campo nel cuore della notte e di tornare in Rwanda, dove nel frattempo era già entrato l’FPR. Lo hanno fatto solo per me, per salvarmi. Così siamo rientrati e siamo andati a vivere a Shyorongi nel nord del paese.
Siccome alla mia nuova famiglia avevo continuato a dire che i miei genitori erano vivi ma che non sapevo dove si trovavano, un giorno, stavo completando il terzo anno della scuola primaria, mi hanno proposto tutti felici di andare a Save the Children per cercarli. Io ho acconsentito, anche se sapevo che era una fatica inutile, e alle persone dell’organizzazione che chiedevano il nome di mia madre ho dato quello di Vestine, l’infermiera che mi aveva soccorso in ospedale e che abitava nello stesso quartiere di Kigali in cui avevo vissuto io. Allora sono andati a Kigali, hanno cercato e trovato Vestine a Kanombe, anche lei sopravvissuta alla guerra, le hanno mostrato una mia foto, e lei, riconoscendomi e ricordando quello che mi aveva consigliato di dire, ha risposto di sì, che ero sua figlia. Ricordo che quando mi hanno comunicato che avevano ritrovato mia madre, sono rimasta in silenzio, non ho reagito in alcun modo, perché dentro di me sapevo che non era vero e perché ormai mi ero affezionata alla nuova famiglia. Lì ormai stavo bene, non volevo ricominciare tutto daccapo. La sera, prima di ripartire per Kanombe, sono scoppiata a piangere e ho raccontato tutto, che i miei erano morti tutti, che ero tutsi. Loro mi hanno chiesto perché avessi continuato a mentire, visto che ero come una figlia e non mi avrebbero mai fatto del male. Mi hanno detto che se volevo potevo restare con loro, ma dal momento che avevano preso un impegno e firmato i documenti, mi avrebbero comunque accompagnata fino a Kigali, dove mi ha preso in consegna Save the children e mi ha portata a casa di Vestine. In questo modo sono tornata nel mio quartiere, non lontano dalla casa nella quale avevo vissuto con i miei genitori e che ora facevo di tutto per evitare perché mi faceva paura.
Poi un giorno, mentre andavo a messa, per la prima volta dopo tanto tempo ho sentito una donna chiamarmi con il mio vero cognome, Uwase (che in kinyarwanda qualcosa del tipo assomiglia a mio padre). Mi ha avvicinato e mi ha chiesto se fossi figlia di Beatrice. Mi sono detta che doveva conoscermi, ma all’inizio ho avuto paura di rispondere, poi ho detto di sì. “Ah, ci sono tanti cugini della tua famiglia e adesso devo dirgli che sei qui”. Erano i figli dei miei zii materni, e quella sera stessa sono arrivati tutti a casa. Dopo due settimane sono andata a vivere da una mia cugina, Grace, sposata con un capitano del FPR, ho iniziato a interessarmi delle organizzazioni che aiutano le vittime e ho incontrato Suor Cecile che ha una casa per gli orfani della guerra che ho cominciato a frequentare. Spesso i ragazzi mi venivano a trovare a casa dalla cugina, altre volte era Suor Cecile a invitarmi a dormire a casa con gli altri. Ci siamo trovati bene e in poco tempo siamo diventati amici.
Qualche tempo dopo mia cugina si è ammalata ed è morta di AIDS, poi è morto anche il marito, e io ho chiesto a Suor Cecile se potevo andare a vivere da lei. E così è stato: nella casa ho continuato a studiare, ho completato la scuola primaria e ho iniziato le superiori, come in una nuova grande famiglia. Gli altri trenta ragazzi, tutti sopravvissuti al genocidio come me, sono diventati fratelli e sorelle, tra noi c’è sempre stata complicità, allegria e voglia di scherzare, anche sulla guerra. A me, ad esempio, mi prendevano in giro perché sapevano che da piccola giravo sempre con un bastone in mano. Una volta l’ho persino usato contro un militare che divideva gli hutu dai tutsi, tanto che quello per poco non mi ha sparato. Nella casa tutti i ragazzi avevano degli sponsor e ogni tanto ricevevano delle lettere alla quali dovevano rispondere. Io li aiutavo a disegnare i fiori e altre cose, perché malgrado il braccio malandato sono sempre stata brava a disegnare. Un giorno Suor Cecile mi ha detto che in Italia aveva trovato una “madrina” - una maraine che si chiamava Mariella, cosa che per un certo periodo mi ha creato una certa confusione nei nomi - e mi ha dato la sua lettera alla quale avrei dovuto rispondere. Potete immaginare l’emozione di ricevere una lettera con il mio nome sulla busta: anch’io, come tutti gli altri, potevo finalmente scrivere alla mia madrina, mandarle i disegni e le mie storie. Il sostegno a distanza mi ha aiutato anche a recuperare l’uso del braccio che, malgrado quattro interventi fatti in Rwanda, era ancora paralizzato. Io non ci speravo più e mi dicevo che se fosse accaduto il miracolo, da grande avrei imparato le danze tradizionali, che da noi si ballano con le braccia, e avrei studiato per diventare un dottore e aiutare le persone che hanno perso la speranza. E così è successo: otto anni fa, dopo due operazioni in Italia, ho recuperato il braccio ferito, l’anno scorso mi sono iscritta alla Facoltà di Medicina, e appena posso ballo le danze tradizionali rwandesi. Quando avrò finito l’università, voglio tornare in Africa, non necessariamente in Rwanda, per lavorare in qualche ONG.
In questi anni ho raccontato spesso la mia storia. Raccontare mi aiuta a tirare fuori le cose brutte, a sentirmi meno sola, perché negli anni ho trovato tante altre persone che hanno vissuto la mia stessa storia o addirittura peggio, ad accettare quello che è accaduto e vivere più libera. Tante persone ti ascoltano, vogliono condividere, capire; altri si chiudono, non vogliono sentire, hanno paura di raccontare o semplicemente di sapere. Io invece penso che raccontare, far conoscere, sapere quanto è accaduto in Rwanda sia importante per riscoprire il valore dell’umanità, superare la mentalità della divisione, il razzismo, in Africa ma anche in Europa, e ritrovare la speranza di andare avanti, malgrado tutti i problemi che ci sono nel mondo.
Testimonianza raccolta da Giulio Cederna.

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LAURA MASTROGIACOMO
 
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PEDIATRA, FONDATRICE DI PROGETTO RWANDA
Sono una dottoressa italiana, pediatra, sposata con un senegalese, madre di cinque figli. Vivo e lavoro da trent’anni in Senegal. Nell’aprile del 1994 mi trovavo per lavoro a Louga, una cittadina nel nord del Senegal. Ero seduta con amici e guardavo il telegiornale. Ci mostravano le immagini spaventose dei massacri in Rwanda e io mi sentivo male da morire. Un mio caro amico, cooperante italiano, seduto accanto a me, mi ha detto: “Insomma, non è possibile, con tutti i problemi economici, sanitari, di educazione e di sviluppo che deve affrontare l’Africa, questi rwandesi preferiscono scannarsi per le loro lotte tribali. Lasciamoli massacrarsi tutti, e lavoriamo invece con quelli che cercano lo sviluppo!”
Per un attimo mi sono sentita sollevata, era sparita quella pressione sulla mia coscienza che in qualche modo mi aveva interpellato. Mi sentivo liberata, e mi sono detta: “è vero, se sparissero quelli che invece di costruire, si uccidono fra loro in modo selvaggio, forse l’Africa si svilupperebbe. Inutile preoccuparsi per quelli che non vogliono, è un problema loro!”
Questo pensiero è durato un attimo. Subito mi sono detta “non è possibile che degli esseri umani vogliano solo uccidersi! È troppo facile pensare in questo modo. Voglio cercare di capire! e…appena mi è stato possibile, nel maggio del ’95, sono partita con un progetto di cooperazione in Rwanda.
Ho trovato un paese dove un anno prima, in tre mesi, erano state uccise circa un milione di persone, rase al suolo migliaia di case, saccheggiate e distrutte tutte le infrastrutture pubbliche ed erano fuggite all’estero due milioni e mezzo di rifugiati.
Perché era successo? Perché? Prima di cominciare a capire ci sono voluti molti mesi di vita vissuta continuamente a contatto con i rwandesi. Nel lavoro, con i medici con i quali si cercava di rimettere in piedi il sistema sanitario distrutto, organizzare, formare, pianificare. Ma anche fuori dal lavoro, scegliendo di vivere a contatto con la popolazione in un quartiere tra i più poveri di Kigali, dove, la mattina prima di andare al lavoro e la sera al rientro, incontravo i bambini, quasi tutti orfani, che venivano a giocare nel cortile di casa mia o le donne, quasi tutte vedove, che mi portavano un bambino da curare. Solo allora ho iniziato a capire. La storia del Rwanda, la società pre-coloniale, gli interessi dei colonizzatori durante e dopo il periodo coloniale. Il potere basato sulla discriminazione etnica. Gli interessi delle nuove potenze neo-coloniali. I conflitti di egemonie fra Francia e gli Stati Uniti. I massacri del ‘69 e del ‘73 perpetrati dal governo rwandese. La presa di coscienza dei rifugiati tutsi all’estero. La guerra del ’90 e i nuovi massacri . Tutto questo sotto gli occhi indifferenti del mondo. E poi la pianificazione del genocidio ed infine, nell’aprile del ’94, la tragedia. Il ruolo della comunità internazionale. Il mondo intero che ha abbandonato il Rwanda ed ha lasciato che si consumasse un nuovo genocidio…. Mano mano che mettevo a fuoco la storia di questo paese, che avevo modo di conoscere più a fondo le persone che vivevano e lavoravano intorno a me e mostravo loro interesse e desiderio di ascoltare invece di giudicare, i rwandesi, così diffidenti, fieri e chiusi, si aprivano e scoprivo ogni giorno nuove storie di vita, nuovi drammi e nuovi atti di solidarietà.
Andando in Rwanda pensavo di incontrare un popolo di mostri, al contrario tra questa gente ho conosciuto le persone più meravigliose che avevo mai incontrato. Uomini, donne, bambini che nonostante la sofferenza e l’orrore vissuto, sapevano ancora rialzare la testa, aiutare gli altri, essere solidali, cercare di ricostruire un paese distrutto, dare amore….
Certo il trauma è spaventoso in tutti, e in particolare nelle donne e nei minori sopravvissuti. Secondo un’inchiesta effettuata dall’Unicef nel ’95 su un campione di 3.030 minori, quasi tutti sono risultati essere stati testimoni di violenze, assassini di parenti e amici, stupri. Molti bambini hanno ucciso altri bambini, forzati o incoraggiati da adulti. La maggior parte dei bambini interrogati continua ad avere incubi notturni, insonnie e altri disturbi psichici. A causa del trauma e dell'educazione tradizionale, la maggior parte di loro ha difficoltà a raccontare ciò che vive. In terapia disegnano i membri della loro famiglia senza bocca: vittime mute che cercano di risolvere da soli i loro problemi… Sono migliaia i bambini e i ragazzi che hanno bisogno di una guida, di un adulto che li ascolti, li consigli, si rallegri dei loro successi e li corregga nei loro sbagli.
Questa è la specificità del Rwanda. Sono più di venti anni che vivo in Africa. La povertà è un fattore costante con il quale il convive il 90% degli africani. Ma un bambino, anche il più povero e orfano, troverà sempre qualcuno nella famiglia che lo accoglie, lo segue, gli dà da mangiare e lo copre d'affetto. In Africa la famiglia non si riduce mai ai genitori e ai fratelli ma comprende tutti: nonni, zii, cugini …. e un bambino non sarà mai solo. In Rwanda non è più così. La maggior parte dei sopravvissuti non ha più nessuno o quasi. Quando vivevo a Kigali., nel mio quartiere, Nyakabanda, c'erano sempre più ragazze e ragazzi che venivano a cercarmi per poter parlare ed essere ascoltati. I ragazzi rwandesi parlano poco e si aprono difficilmente, ma quando capiscono che tu sei lì non per giudicare o guardarli con pietà ma che condividi veramente la loro sofferenza e ti rivolti contro l'ingiustizia, allora ritengo-no che forse hanno trovato un amico, un adulto che sa capire, una guida possibile… e si aprono e ti danno la più grande amicizia che si possa mai incontrare.
E' così che è nata l'Associazione "Progetto Rwanda". Nel leggere le mie lettere dal Rwanda mia madre ed alcune mie amiche hanno deciso che si doveva fare qualcosa. Al momento la strategia che ci è sembrata più indicata per la particolare situazione di questo paese, è stata proprio quella della adozioni a distanza. Creare un legame fra un orfano e un "parente o fratello adottivo" italiano che non solo potrà offrire un aiuto economico in dispensabile per continuare gli studi scolastici ma potrà anche cercare di capire, ascoltare e creare un'amicizia e diventare forse anche una "guida".
Alcuni dei nostri collaboratori sono rwandesi sopravvissuti al genocidio che nonostante la perdita di tutti i parenti e il trauma subito, desiderano dedicare le loro energie ad aiutare gli altri. Altri sono rwandesi che non solo hanno rischiato la vita per salvare tutti quelli che potevano ma hanno deciso di continuare a soccorrere i sopravvissuti e tutte le vittime dell'ingiustizia e della violenza.
Ogni anno un responsabile dell'associazione si reca in Rwanda per incontrare i collaboratori locali e visitare alcuni dei bambini sostenuti a distanza e altri orfani proposti da Kanyarwanda e vedere quali sono i bisogni e le priorità. Quest'anno sono andata io in Rwanda accompagnata da Stefano, un giovane fotografo.

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JEAN LEONARD TOUADI
 
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“Il genocidio di circa un milione di africani per mano di africani è l’enigma irrisolvibile della nostra memoria collettiva panafricana proprio quando, dopo la caduta del muro di Berlino, tutta una generazione si era sorpresa a sognare la renaissance africaine che la vittoria di Mandela aveva suscitato…. Il genocidio ruandese è un momento traumatico che ci mette dinanzi alla possibilità concreta della nostra scomparsa collettiva come popoli e come culture. Esso diventa l’orizzonte ineludibile di ogni memoria passata, di ogni tentativo di leggere il nostro presente e di ogni proiezione verso il futuro. Tutti sono stati chiamati in causa dai fatti estremi del Rwanda: uomini politici, artisti, pensatori. Gli interrogativi per tutti sono gli stessi: qual’è la nostra identità dopo il genocidio? Quale progetto comune inventare per le donne e gli uomini dell’Africa? E soprattutto da dove attingere i nuovi orizzonti di senso antropologico per conferire consistenza alla nostra visione del mondo? In attesa di rispondere a questi interrogativi vitali, ci resto solo il dovere impellente della memoria”.
Coscienza africana e genocidio, in Congo, Ruanda e Burundi. Le parole per conoscere. Editori Riuniti, 2004

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VÉRONIQUE TADJO
 
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“Era tanto che volevo esorcizzare il Rwanda. Ritrovarmi proprio nel luogo dove erano state girate quelle immagini trasmesse dalla televisione. Quelle immagini che avevano attraversato il mondo in un lampo lasciando una traccia d’orrore in tutti gli animi. Non volevo che il Rwanda rimanesse un incubo eterno, un trauma primario. (…) Dimenticare il Rwanda dopo il clamore e la furia significava perdere la vista, la voce, il movimento. Era come camminare al buio, le mani tese in avanti per non entrare in collisione con il futuro. Certo non formulavo le cose in questo modo. Semplicemente volevo andare là perché era necessario che ci andassi. A volte qualcuno vi svela un segreto senza che lo abbiate chiesto. Vi sentite allora oppressi da un sapere troppo pesante. Io non potevo più tenere il Rwanda nascosto dentro di me. Bisognava incidere l’ascesso, scoprire la piaga e curarla. Non sono un medico, ma potevo comunque provare a somministrare a me stessa le prime cure.
L’Ombra di Imana. Viaggio al termine del Rwanda, Ilisso 2005

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ESTHER MUJAWAYO
 
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“Parliamo pure di riconciliazione, se è necessario, ma lasciamo perdere il perdono. Parliamo di riconciliazione perché non c’è alternativa. Perché riconciliarsi non significa perdonare. Riallacciare i rapporti con i vicini, salutarsi di nuovo come prima è importante per tutti i motivi che ho già detto: la nostra cultura non può essere concepita senza le sue tradizioni, i suoi riti”.
“Non riesco bene a esprimere che cosa significhi per un sopravvissuto la riconciliazione. E’ qualcosa di molto, molto lontano, come il cielo. Pria di tutto perché ti accorgi che la persona che ti ha fatto soffrire così tanto non cede. Si rifiuta di parlare, e il dolore che provi è così profondo, impossibile da descrivere, quindi convincersi che riusciremo a riconciliarci è difficile. Tuttavia per preparare il futuro di un paese non si può continuare a vivere nella discordia, e allora, in mancanza di meglio, accettiamo di percorrere la strada più breve. Ma anche la più dura”.
“Credo che riconciliazione significhi prima di tutto vivere tranquilli con sé stessi, per poter poi avvicinarsi agli altri. Sentirsi in pace significa accettare ciò che è successo senza pensare alla vendetta, altrimenti non si può costruire nulla. Questo è l’unico modo per riuscire a vivere di nuovo con chi ti ha fatto del male. Tuttavia la giustizia deve fare il suo corso.”
Il fiore di Stephanie, E/O editore, 2007

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